 |
Lascio al Francesco Guccini di Croniche Epafaniche la descrizione di questa scena, che risale al primo dopoguerra:
«La Batidóra si divide in due: c'è davanti quella Macchina che si diceva, quasi come una locomotiva, ma più piccola, col camino alto che lo montan lì sul posto, con le giunte, e vuole alto perché quando sfiamma le fialìmmole potrebbero andare su la paglia, sul lócco, sul grano, e lo sai té-é l'incendio?!»
«Ha due ròte alte quasi come lei a battistrada di fèro lucido, e i mozzi di fèro, e sul davanti uno sportello come quello de l'economica e va a carbone, come una locomotiva vera, ma ce n'è di quelle che bruciano anche la leggna, o la paglia a diritura; l'importante è che quando si apre il grande sportello tondo dentro sia rosso come la bocca del forno quando lo scaldano al giovedì per il pane, rosso come l'inferno di braci arroventate»
«E c'è chi porta, chi butta giù, chi riempie i sacchi, chi rastrella e inforca e porta verso lo stollo rizzato, attorno al quale si ammonticchia e si pigia e il paiaro cresce e a poco a poco prende la sua forma a pera e poi ci vuole la scaletta per arrivare in cima e le forconate passano di mano in mano tirate su di muscoli in verticale fino ad arrivare alla punta che si assottiglia e finisce fina e quasi guizzante, come un parafulmine che potrai coprire, vezzosamente, con barattolo appositamente incatramato»
[F. Guccini, Croniche Epafaniche, Milano, Feltrinelli, 2002]
|
 |