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Trovare lavoro e procurarsi il permesso di soggiorno
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Ma ora torniamo a mio nonno. Passaporto turistico, s'era detto: il che significava lavorare in nero in attesa di procurarsi un contratto di lavoro e l'agognato permesso di soggiorno.
Faceva quello che gli capitava (piccoli lavori in muratura, spazzacamino, eccetera), stando ben attento a non farsi scoprire dalle forze dell'ordine. Era difficile procurarsi il permesso, perché, nonostante un eventuale contratto di lavoro, in questura di richieste ne arrivavano fin troppe: per ben tre volte gli avevano rifiutato il rilascio del documento.
Dopo circa un anno, accadde un mattino che, mentre mio nonno acquistava le sigarette, un altro italiano, accorgendosi dall'accento che si trattava di un connazionale, attaccò discorso.
Si chiamava Milani, per ironia della sorte originario proprio di Milano. Da iscritto al Partito Comunista, era fuggito dall'Italia nel 1922 e non vi avebbe mai più fatto ritorno. A Parigi faceva il muratore.
Entrato in confidenza con mio nonno, e venuto a conoscenza dei suoi problemi con i documenti, gli disse che l'impresa edile per cui lavorava avrebbe potuto assumerlo. Inoltre, per risolvere il problema del permesso di soggiorno, mise in contatto mio nonno con un napoletano che, avendo qualche amico in questura, per 40.000 franchi in poche ore gli avrebbe procurato ciò che lui in molti mesi non era riuscito ad avere. Avuta la somma in prestito da un parente, si procurò i documenti e si ricongiunse al nucleo familiare.
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Il proprietario dell'impresa edile nella quale lavorava anche Milani era un bizzarro capitano dell'esercito francese con una pronunciatissima avversione per i tedeschi. Assunse mio nonno con un contratto annuale che prevedeva una retribuzione giornaliera di 1.000 franchi al giorno.
Il lavoro regolare e i documenti erano finalmente arrivati, ma la retribuzione non era granché: basti pensare che la camera d'albergo in cui viveva con moglie e figlia costava 8.000 franchi al mese.
Il passaparola e la collaborazione tra familiari e compaesani ebbero una grandissima importanza. Grazie all'aiuto reciproco, trovò un altro lavoro, che consisteva nell'alimentare le caldaie a carbone degli edifici di Parigi. Ci si alzava alle 4 di mattina, e fino alle 8 di sera ci si spostava per la città e si alimentavano le caldaie affidate in custodia.
Venne assunto da una ditta che gestiva, per l'alimentazione e la manutenzione, una ventina di caldaie. Quando lo stipendio mensile passò dai circa 27.000 franchi dell'impresa edile ai 105.000 della ditta di caldaie, racconta mio nonno che si sentì, per qualche giorno, il signore di Parigi.
In seguito passò alle dipendenze di un'agenzia immobiliare, che per quanto riguarda la gestione delle caldaie andava in trattativa con i singoli operai: ogni caldaia fruttava mensilmente all'operatore una somma direttamente proporzionale alla capacità. Maggiori le dimensioni dell'impianto, maggiore il lavoro necessario per alimentarlo, e di conseguenza maggiore la retribuzione: si pattuiva una somma, e in base alla retribuzione richiesta l'agenzia procedeva all'assegnazione (per spostarsi da un impianto all'altro, mio nonno percorreva un'ottantina di chilometri al giorno).
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Trovare una casa
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Parallelamente era proseguita la ricerca di una sistemazione: una camera d'albergo era decisamente poco adatta ad una famiglia. S'era sparsa voce di una mansarda al settimo piano, due stanze e cucina, in un bel palazzo al numero 37 di Rue Faidherbe, nel XI Arrondissement (vicino a Piazza della Bastiglia). Per entrarci, pagarono 4.000 franchi all'agenzia immobiliare: non a titolo di cauzione, ma a fondo perduto.
Il proprietario dell'immobile, residente nel palazzo stesso, aveva notevoli problemi con la stufa del proprio appartamento. Consultò una serie di periti e il geometra di fiducia, i quali non videro altra soluzione se non quella di modificare la canna fumaria, che era utilizzata da diversi appartamenti: una soluzione molto dispendiosa, perché avrebbe significato far eseguire lavori di muratura in tutti i locali interessati.
Venuto a conoscenza del lavoro che mio nonno faceva, provò a sentire anche il suo parere. Era chiaro: si trattava semplicemente di cambiare la sezione di un tubo nell'appartamento, un pezzo da pochi franchi che venne fatto realizzare. Per sdebitarsi, da allora lo invitò ogni domenica a prendere l'aperitivo, e quando si liberò, al quinto piano, un appartamento piuttosto grande (era circa 100 metri quadrati, con soffitti altissimi), fu ben lieto di proporglielo (ovviamente dietro pagamento di 8.000 franchi, sempre a fondo perduto, all'agenzia).
Con l'aiuto di un parente, lo ristrutturò e vi si stabilì insieme alla famiglia sino al ritorno definitivo in Italia (1974).
Ho chiesto a mio nonno se, in quanto italiano, avesse mai avuto problemi di integrazione con i francesi, e la sua risposta è stata assolutamente negativa: si è sempre trovato benissimo, tanto che alcuni coinquilini, dopo il ritorno in Italia, sono andati a fargli visita.
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