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Notizie biografiche


Tesi di laurea


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Notizie biografiche
Per avere compiuta informazione sulla vita di Bernardo Morando, si rimanda alla monografia di Ernesto Cremona, che, per quanto datata, fornisce un esauriente profilo dell'Autore. In questa sede è sembrato indispensabile restituire uno sguardo d'insieme della parabola esistenziale del Morando, dedicando una particolare attenzione a quegli elementi che si riproporranno all'attraversamento del romanzo: un'esistenza scandita non da viaggi o fatti vistosi, ma da tappe progressive di un'ascesa sociale e letteraria fortemente voluta di cui, come si vedrà, la Rosalinda è risultata essere sintesi e punto d'arrivo.
Nato a Sestri Ponente il 18 Aprile 1589, Bernardo Morando si spostò a Genova nel 1598, seguendo il padre Guglielmo, che di professione faceva il mercante. Compiuti quindici anni, il 1o Maggio del 1604 fu inviato dal genitore a Piacenza, con lo scopo di «formar quivi […] un negozio corrispondente ai negozi di Genova». L'operazione, già tentata in precedenza dai Morando, ma naufragata a causa di litigi familiari, non era di poco momento per lo sviluppo dell'azienda, i cui traffici interessavano anche la Sicilia, la Spagna e la Lombardia: oltre al fatto che «Piacenza era una succursale importante come centro - tra il '500 e il '600 - delle importanti Fiere dei Cambi e della Mercanzia», la città del ducato farnesiano era una piazza fondamentale nella direttrice di traffico che andava da Genova alle regioni del nord.
L'impresa doveva sembrare molto dura al quindicenne Bernardo: non solo perché la destinazione era il torpore provinciale, e l'ambiente era costituito, come si vedrà in seguito, da una nobiltà autoctona estremamente chiusa e gelosa dei propri privilegi, ma soprattutto perché avrebbe dovuto, «innamorato come era degli studi e della poesia dove avrebbe raggiunto una elevata posizione», mettere da parte i propri interessi letterari per dedicarsi quasi totalmente al negotium; lui che, «cresciuto appena all'infantia, rapito dalla vivacità del suo spirito a gli studij delle belle lettere, hebbe per compagno quel mostro degl'Ingegni, e quell'Idea della gentilezza Girolamo Preti […]. Con questi gareggiando nella virtù, e nel merito scrisse nell'età di dodeci anni, oltre a diversi componimenti nella lingua Toscana, Latina, e Greca, un Poemetto di trecento versi latini; seguitando poi la Poesia volgare...».
Ciononostante, anche con l'aiuto dei fratelli, il Nostro, vero e proprio self-made man di metà seicento, assolve compiutamente al paterno mandato, portando le proprie facoltà «a segno di poter contentare chiunque […], onesto premio di ben giusti sudori». L'elenco dei beni accumulati è impressionante: «quattromila pertiche di terreno, tutto in pianura, più una dozzina di edifici in città e sobborghi, ad alcuni dei quali sono annesse industrie […], crediti, attività commerciali. Troviamo inoltre Convenzioni del Morando con la Camera Ducale per la vendita privativa del vetriolo, per la conduzione del Dazio Grande, del Porto del Po, del Dazio della Bolla del vino e altro; vediamo ancora allo stesso assegnati, in cambio di forti somme pagate per il Duca, i redditi sopra la tassa del Sale, della Macina e dei Camini. Anzi, a questo proposito, gli atti ufficiali, parlando più volte di somme notevoli che il Morando versava per il Duca, e una volta anche di prestito a un privato, sembrano autorizzare la supposizione ch'egli esplicasse una vera e propria attività di banca di prestito con interessi di solito non molto alti. Il Morando aveva ottenuto privilegi per la fabbrica del sapone in Piacenza e, con l'aiuto di suo fratello Ottavio che non aveva famiglia propria, commerciava molte mercanzie, come il sapone, l'olio, lo zucchero, il lino, il pepe e droghe in genere».
Gli esiti del commercio da un lato, e l'attività letteraria dall'altro (attività che, come si vedrà fra breve, nasce e si sviluppa esclusivamente in funzione della corte farnesiana), testimoniano a sufficienza il fatto che «una non certo segreta aspirazione di esteriore miglioramento nella condizione sociale per sé e per i suoi discendenti doveva costantemente animare il nostro Morando». La nobiltà, argomento non solo di un trattatello rimasto inedito, ma anche di molte pagine della Rosalinda, prima ancora di essere affrontato sulla carta in termini etico-filosofici, trova corpo nella fortemente voluta acquisizione di un titolo nobiliare; coronamento di quella che si può chiamare, nel senso moderno del termine, una vera e propria 'carriera'.
Ormai ricco e famoso, nel 1648 viene ascritto, assieme al fratello Giovanni Battista, al patriziato genovese (erroneo è il dato fornito dal Cremona, che stabilisce, come prima tappa dell'ascesa sociale del Morando, l'aver ottenuto nel 1619 la cittadinanza piacentina); in rapida successione il 20 settembre 1649 Ranuccio II gli conferisce la semplice nobiltà piacentina, per poi nominarlo, il 10 gennaio 1651, Cavaliere Aurato e Conte del Sacro Palazzo Lateranense. Infine, nel 1652 il nobile Morando acquista dal conte Gerolamo Anguissola i beni allodiali di Montechiaro in val Trebbia, per poi comprare dalla Camera Ducale il feudo e il castello dello stesso nome (confiscati all'Anguissola per fatti criminosi), nonché il titolo di Conte di quella località. Operazione, questa, portata a termine non tanto (o non solo) al fine di appagare un'ambizione personale, ma per dare la possibilità agli eredi (che andranno a formare il ramo piacentino dei Morando) di convertire progressivamente la loro attività da mercantesca in feudale, prevedendo un futuro radicarsi nel territorio.
Per quanto riguarda invece Bernardo, rimasto vedovo da lì a poco della moglie Angelica Bignami, trascorre gli ultimi anni da sacerdote. Muore nel 1656.