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La Rosalinda di Bernardo Morando - Riassunto del romanzo
Autore: Emanuele Arata

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Riassunto del romanzo

Argomento del Libro primo.
Nella primavera del 1643 in Inghilterra è in pieno corso di svolgimento la guerra civile che oppone il re Carlo I al Parlamento e che, per la prima volta nella storia, condurrà all'esecuzione capitale, legalmente fondata, di un sovrano.
Durante l'assedio di Reading, condotto dal conte d'Essex per ordine del Parlamento, in un padiglione alcuni giovani cavalieri discutono, dopo aver stabilito che non è disdicevole a un soldato ammogliarsi, se sia da preferire in una donna l'ingegno, la bellezza o le ricchezze.
Ermosindo, giovane d'anni e bizzarro di spirito, difende la bellezza; Sennuccio difende l'ingegno; Crisauro, tipico esponente di una nobiltà vanagloriosa e dai forzieri ormai vuoti, difende la ricchezza. Il verdetto assegna all'ingegno il primo posto, alla bellezza il secondo, l'ultimo alla ricchezza: anche se l'uomo assennato dovrà cercare una donna che riunisca in sé in grado massimo tutte e tre le doti. Per confutare chi sostiene che tale donna non può esistere, il conte Edemondo, nipote del conte d'Essex, parla di Rosalinda, vero e proprio mostro del sesso femminile, ne estrae il ritratto, e se ne dichiara pretendente.
Nessuno la conosce tranne Crisauro, che, avendola chiesta in moglie, si è visto rifiutare l'offerta dal padre di lei, Sinibaldo: per cui, determinato a vendicare l'offesa patita e geloso di Edemondo, accusa falsamente Sinibaldo presso il conte d'Essex d'aver aiutato economicamente il re nel corso della guerra civile, e di servirgli da spia.
Edemondo, informato dallo zio dell'accusa (ma non dell'identità dell'accusatore), decide di avvertire il padre di Rosalinda del pericolo incombente, e così manda una lettera, per mezzo di un servo, in cui unisce all'informazione la propria richiesta di matrimonio finora tenuta segreta.
Sinibaldo, mercante genovese di famiglia nobile, e costretto a fuggire a Londra in seguito all'uccisione, per legittima difesa, di un notabile, stava già apprestandosi a lasciare l'Inghilterra per ritornare a Genova, in quanto, cattolico e realista, aveva presentito il pericolo, anche se non così immediato.
Ringraziato Edemondo per iscritto (e rifiutando, con molto garbo, la proposta di matrimonio), costretto ad accorciare drasticamente i tempi (vuole partire con Alonso, amico mercante, spagnolo d'Alicante, che ha un vascello a nolo, il Re David, pronto a far vela dal porto di Dover seguendo la rotta Dover-Alicante-Livorno-Genova), gli si presentano due problemi: separarsi da Teodosio, grande amico, pure lui di origine genovese; e separare Rosalinda da Lealdo (figlio di Teodosio), visto che i due erano innamorati e, si prevedeva, avviati a giuste nozze.
Lo stesso Teodosio trova la soluzione: avvenga il fidanzamento formale; partano subito, Sinibaldo e Rosalinda, e raggiungano Genova; si pazienti un anno (tempo necessario per trasferire colà attività e beni da Londra), e saranno raggiunti da Teodosio e Lealdo nella città ligure, dove verranno celebrate finalmente le nozze.
I piani vengono presto sconvolti: Sinibaldo viene colpito da febbre maligna, che lo condurrà, dopo pochi giorni, a morte. In sua presenza i giovani si sposano, ma per consumare il matrimonio dovranno avere, secondo le ultime volontà dello stesso Sinibaldo, espressa dispensa da Roma, visto che il rito celebrato in Inghilterra, a causa della mancanza di tempo e delle precauzioni necessarie a non essere scoperti come cattolici, è privo dei crismi dell'ufficialità.
Morto Sinibaldo, Teodosio parte sul vascello di Alonso con Rosalinda, la nutrice Violante e Lealdo, lasciando la cura di provvedere al trasferimento delle proprie sostanze al fratello Olderico.

Argomento del Libro secondo.
Rosalinda è in viaggio verso Alicante con il suocero, lo sposo e la nutrice, che cercano continuamente di consolarla del lutto subìto. Il viaggio dà occasione a Teodosio di narrare ad Alonso come l'Inghilterra, partita da un'osservanza esemplare della fede Cattolica, avesse nel corso dei secoli degenerato fino al miserando stato presente.
Intanto, in Inghilterra, arriva al campo presso Reading il servo di Edemondo con la risposta di Sinibaldo, dalla quale apprende il garbato rifiuto a concedergli la figlia in sposa. Ciononostante, si diffonde per l'accampamento una voce, secondo cui il trattato del conte sarebbe andato a buon fine. Crisauro, esasperato dal pungolo della gelosia, cerca di far cambiare idea ad Edemondo sostenendo che Rosalinda, in quanto figlia di un mercante, non è nobile. Dopo che il conte gli dimostra inconfutabilmente il contrario, il barone perde le staffe, permettendo così all'interlocutore di scoprire in lui il mendace accusatore. Si viene a duello: il calunniatore è vinto, e costretto a confessare. Morirà poco dopo per le ferite riportate.
Uccidendo un commilitone, Edemondo, anche se dalla parte della ragione, ha commesso un reato che prevede la pena capitale; inoltre la famiglia di Crisauro, molto potente e con conoscenze in alto loco, è risoluta ad avere soddisfazione. Lo zio, il conte d'Essex, gli suggerisce di fuggire dall'Inghilterra: farà poi le viste di volerlo arrestare per non essere sospettato di favoritismo, mandando nel contempo avanti la pratica per ottenerne il proscioglimento, e premettergli finalmente di tornare in patria.
Giunto Edemondo a Calais, e trovata ospitalità presso Enrico, un cavaliere di vecchia conoscenza, dopo averlo informato dei propri guai, si risolve a mandare in Londra Fedele, uno dei tre servi che lo avevano accompagnato, allo scopo di raccogliere notizie su Rosalinda e sugli strascichi dell'azione commessa. Ricevute le nuove, nient'affatto buone, decide di imbarcarsi alla volta di Genova per seguire l'amata, e a tale scopo rispedisce Fedele a Londra in cerca di mezzi (denaro, lettere di credito, imbarco su una nave) per il viaggio. Enrico ha una figlia, di nome Flerida, già vedova a diciannove anni in seguito al matrimonio con un gentiluomo d'età provetta, che si innamora perdutamente di Edemondo, complici anche le cacce e le feste che il padre organizza per distrarre l'amico dai suoi noiosi pensieri. Dichiaratasi ad Edemondo e trovatolo freddo alle profferte amorose, non si rassegna: vuole seguirlo, e saputo che il conte si sarebbe imbarcato su una nave, noleggiata da un agente di Alonso, che lo avrebbe raccolto al largo di Calais per poi proseguire alla volta di Alicante, e quindi di Genova, trama per imbarcarvisi.
Per portare a buon fine il progetto chiede l'aiuto di Dipsa, la nutrice (donna che, se in gioventù era stata incline alla lussuria, ora faceva della perfidia e dell'avarizia le proprie caratteristiche principali), che coinvolge nel piano anche il figlio Scaltrino, individuo di inveterata indole truffaldina. Fingendo di condurre Flerida al porto (che per l'occasione si traveste da ragazzo, e si elegge come nome Fortunio), i due le fanno attraversare, di notte, un fitto bosco, dove stanno appostati dei briganti precedentemente contattati da Scaltrino. La trappola scatta: i malviventi assaliscono i tre; derubano Flerida/Fortunio dei gioielli che aveva con sé per coprire le spese del viaggio; lo legano, bendato, al tronco di un albero; e dopo avergli fatto credere di essersi sbarazzati della nutrice e del figliolo (che invece si uniscono alla masnada), partono alla ricerca di un luogo dove spartirsi in tutta calma il bottino.
Dopo aver dimorato in tale stato tutto il resto della notte e buona parte del dì seguente, verso il crepuscolo Flerida (che decide di mantenere le mentite spoglie di Fortunio) viene liberata da un cacciatore, che provvede a ristorarla. Visto che non osa tornare dal padre, si fa accompagnare dal brav'uomo al castello di Ferralto, un signorotto locale, suo ex pretendente, che venne rifiutato da Enrico perché individuo di dubbia moralità e di loschi traffici.
Lungo la via, nel guadare un torrente ingrossatosi per la recente pioggia, Flerida riesce a raggiungere a stento la riva, mentre il suo compagno di viaggio, che, robusto, se l'era caricata sulle spalle, viene trascinato a valle dalla corrente. Flerida, rimasta di nuovo senza guida e smarrito il sentiero, cade in una buca, che dei cacciatori avevano scavato nel bosco per catturare qualche animale. Salvata da questi, tenta di proseguire il viaggio verso il castello di Ferralto, dichiarandosi appartenente al suo seguito e facendosi così dare un ronzino per raggiungere più agevolmente il proprio padrone.
Costretta a fermarsi lungo la via dal sopraggiungere della notte, chiede ospitalità in una casa, che poi si rivela essere di Floriano, amico del padre e capitale nemico di Ferralto, che concede asilo per la notte alla ragazza, o meglio, al ragazzo. Nel bel mezzo della notte fa irruzione Ferralto con i suoi sgherri, con l'intenzione di sbarazzarsi una volta per tutte del nemico. Floriano si salva, ma Flerida viene ferita mortalmente. Soccorsa dall'ospite, ritornato in casa dopo che i nemici s'erano ritirati, gli racconta tutto, e nell'attesa di un sacerdote che la confessi, prima di morire scrive una lettera al padre per informarlo dell'accaduto e chiedergli un tardivo perdono. Enrico, parzialmente consolato dall'estremo ravvedimento della figlia, cattura Scaltrino e lo consegna al patibolo, mentre gli altri riescono a scappare (non Dipsa però, dai briganti precedentemente annegata in un fiume ad insaputa del figlio).
Edemondo intanto riesce ad imbarcarsi sulla nave, ben contento che il nome del vascello sia Speranza, e che l'agente di Alonso si chiami Fausto: ma ancor di più di apprendere da quest'ultimo, ben informato degli affari di Sinibaldo perché ne era stato ospite, che il matrimonio di Rosalinda e Lealdo era vincolato da una clausola che ne dilazionava il perfezionamento.

Argomento del Libro terzo.
Rosalinda, Lealdo, Teodosio, Violante proseguono il viaggio alla volta di Alicante con vento propizio. Circumnavigando la penisola Iberica, per rendere meno pesante la noia del viaggio e distrarre un poco i passeggeri dal dolore delle sciagure passate, traendo materia dalle regioni che si costeggiano si discorre dei fatti notevoli di cui sono state teatro, e dei traffici commerciali che assicurano loro prosperità e ricchezza.
Arrivati in Alicante verso la fine di Giugno, mentre Alonso fa scaricare dal vascello le proprie merci e gli altri fremono per ripartire alla volta di Genova, Teodosio si ammala gravemente. I medici gli proibiscono di imbarcarsi, almeno fino a metà autunno.
Poco dopo il loro arrivo, approda in Alicante un vascello, chiamato Nettuno, che dovrà far scalo a Cagliari, indi a Livorno, e alla fine giungere a Genova. Visto che proprio in quei luoghi si trovano dei beni di Teodosio bisognosi di esser messi al sicuro, e visto che l'operazione non può patir dilazione, il mercante decide di cogliere l'occasione facendo imbarcare Lealdo per sbrigare la bisogna: in questo coadiuvato da Isnardo, esperto agente di Alonso, che avrebbe dovuto recarsi a Genova per concludere un affare a nome del mercante d'Alicante. A guarigione avvenuta, Teodosio si sarebbe poi recato con Rosalinda a Genova, dove avrebbero ritrovato Lealdo. Il giovane, se si dimostra sollecito all'incarico, non altrettanto è pronto a separarsi dalla sua diletta: riesce a strappare al padre il permesso di portarla con sé (beninteso, sotto la sorveglianza di Violante).
Arrivati senza problemi a Cagliari, sbrigati gli affari e ripreso il mare, il vascello è investito da una violenta tempesta, e subisce tali danni da costringere i passeggeri a salversi sulla scialuppa. Per colpa di quattro fratelli sardi, criminali che volevano giungere in Italia a fare i mercenari, si accende una zuffa per decidere chi possa salire sul battello, e preservarsi così dai flutti. Nella scaramuccia i quattro hanno la peggio, ma riescono prima ad uccidere il capitano, Isnardo, e feriscono Rosalinda, che comunque riesce a salvarsi dal naufragio salendo sulla scialuppa con Lealdo e Violante.
I nostri riescono a toccare terra, ma non sono ancora fuori pericolo perché approdano, proprio in pieno meriggio, in una zona desertica, battuta violentemente dal sole. Un ruscello dà loro qualche speranza, che si rivela però fallace in quanto le acque sono salate e calde. Violante esorta Lealdo a riprendere il mare per cercare qualche soccorso, visto che i tre, e specialmente Rosalinda, già indebolita dalla ferita, stavano correndo il rischio di morire di sete e d'inedia.
Preso il mare, Lealdo incontra una piccola fusta solo verso sera, ma i marinai, a cui si rivolge prima in inglese e poi in francese, non lo capiscono. Solo un vecchio, il capitano del naviglio, dopo che il naufrago tenta con lo spagnolo, risponde al suo saluto. Il marinaio, che crede Lealdo suddito di Spagna, felice d'aver trovato un compatriota, gli racconta d'essere nato a Maiorca, di chiamarsi Gusmano, e d'essere stato catturato, or son vent'anni, dai turchi, presso i quali si fa chiamare Draganutte. Il giovane apprende così di trovarsi presso le coste della Tunisia, stato vassallo dell'Impero Ottomano e retto da Amat day, ora di ritorno da un viaggio a Costantinopoli presso il Gran Signore (missione a cui aveva preso parte anche lo stesso Draganutte). Viene inoltre informato, per quanto la scarsità del tempo a disposizione lo concede, dei confini e dell'ordinamento di quel regno, nonché del prodigio, fonte di tanta disperazione, del ruscello d'acqua salata e calda.
Draganutte, vista la posizione non trascurabile che tiene presso Amat, il suo re, assicura a Lealdo amicizia, protezione e soccorso, anche perché spera di avvalersi dell'occasione per ritornare in patria e riabbracciare così la vera fede dopo averla abiurata. Partono così sulla scialuppa, accompagnati da due marinai di Draganutte, verso il luogo dove Rosalinda e Violante stavano attendendo i soccorsi. Proprio quando stanno per prender terra, vengono fermati da due galee d'Algeri, che fanno prigioniero Lealdo e lo mettono al remo, lasciando andare gli altri.
Lo spagnolo, nonostante Lealdo venga catturato, tiene fede al patto, e va a recare aiuto alle due infelici (non senza averle difese dalle voglie dei due marinai che aveva con sé, i quali, accesi dalla bellezza della pulzella, approfittando della notte e del luogo solitario, volevano violentare Rosalinda, derubarla delle ricche vesti e dei gioielli, ed infine ammazzarla insieme a Violante).
Draganutte, per salvare l'onore di Rosalinda e la vita d'entrambe, propone di portare le due donne ad Amat, re di Tunisi, fiducioso della liberalità che il sovrano avrebbe mostrato per un dono tanto prezioso.

Argomento del Libro quarto.
Rosalinda viene portata a Tunisi da Draganutte, che provvede a curarla e ristorarla in attesa di presentarla al re Amat e a Osmida, sua moglie. I sovrani sono subito conquistati dalla bellezza e dalle virtù della giovane, che entra a far parte, onorata ma sotto strettissima sorveglianza, del seguito della regina; mentre re Amat vede in lei un dono gradito da inviare al serraglio del Gran Signore.
Passati circa sei mesi (siamo nella primavera del 1644), preoccupata per la sorte di Lealdo e consapevole della grazia che ormai si è acquistata presso re Amat, Rosalinda lo supplica di interessarsi al caso, procurandone il riscatto presso il sovrano d'Algeri. Il re acconsente volentieri, anche perché, con l'acquisto di Lealdo, che Rosalinda ha presentato, onde scansare ogni pericolo, come suo fratello, spera di accrescere ulteriormente il pregio del dono per il Gran Signore. Draganutte viene mandato a cercarlo, ma tornerà con la notizia della morte di Lealdo, dovuta agli stenti ed alla estrema malinconia seguita alla separazione da Rosalinda.
La fanciulla, ricevuta la mala nuova, cade in uno stato di acuta depressione, che costringe Amat a procrastinare la data, ormai imminente, di inviare Rosalinda al Gran Signore. Due o tre mesi le saranno necessari a rimettersi in forze e a maturare il fermo proposito, morto Lealdo, di fuggire per sempre dal mondo per ritirarsi in convento, qualora fosse riuscita a tornare in patria. A tale scopo scrive una lettera per Teodosio, in cui unisce, alle informazioni sulla morte di Lealdo, una disperata richiesta di soccorso. Draganutte, unico uomo che può avvicinare Rosalinda nella prigionia, si impegna a farla recapitare.
Arrivata la primavera del 1645, Osmida si trasferisce col suo seguito nella residenza estiva, posta fuori dalla città, in riva al mare, onde dedicarsi, nel giardino e nel boschetto circostanti, a piacevoli passatempi consoni alla stagione. Un giorno di questi, cogliendo l'occasione di trovare Rosalinda un poco discosta dalle altre dame, Azimecca, madre di uno dei giardinieri, le si avvicina, e la mette al corrente che un giovane cavaliere inglese è giunto in quei luoghi col disegno di farla fuggire, oltreché di unirsi a lei in legittime nozze. L'arrivo delle altre damigelle lascia a mezzo il discorso, ma trova Rosalinda risoluta più che mai a serbar fede ai voti già pronunciati e al defunto Lealdo.
Intanto Edemondo, giunto in Alicante sulla nave Speranza all'inizio d'Agosto 1643, scopre che, lasciato ivi Teodosio infermo, Rosalinda e Lealdo sono partiti sul vascello Nettuno alla volta di Cagliari, ed indi di Genova. Sempre più pessimista riguardo al buon fine dei suoi amori, decide di trasferirsi anch'egli nella città ligure, dove viene ospitato da negozianti inglesi, presso i quali dimora in continua apprensione, visto che del vascello Nettuno, dopo la partenza da Alicante, non si aveva nuova alcuna.
Ciononostante, la cortesia dei compatrioti gli permette di giungere a completa conoscenza dei fasti passati di Genova, dell'impero coloniale, delle grandi lotte con le altre repubbliche marinare, di tante magnanime imprese di cittadini illustri, nonché delle recenti meraviglie della città, quali le nuove mura, il porto, le bellezze naturali ed artistiche. Ma, cosa di gran lunga più importante, influenzato da tanti esempi di devozione cristiana, comincia a concepire nell'intimo un non so che di affezione, lui calvinista, verso il cattolicesimo.
La fine d'Ottobre porta a Genova la notizia del naufragio del vascello Nettuno e la creduta morte di tutti i passeggeri di quello, avallata anche dal giungere di Teodosio, risanato sì, ma affranto e vestito a lutto.
Edemondo, più che mai disperato, resta a Genova per tutto l'inverno, finché, per seguire più facilmente la causa pendente in Inghilterra e sollecitare il proprio ritorno in patria, decide di trasferirsi a Parigi, dove giunge alla fine di Maggio del 1644. Passata l'estate, arriva improvvisamente Fedele da Londra (dove, al solito, era stato mandato per avere notizie e rimesse di denaro) con informazioni preoccupanti: non solo il conte d'Essex era stato sostituito alla giuda dell'esercito da Fairfax, ma i parziali di Crisauro attentavano alla vita dello stesso Edemondo: era necessario fuggire il più lontano possibile, addirittura a Costantinopoli, per mezzo di una lettera di raccomandazione indirizzata all'ambasciatore inglese alla Porta, fornita da Essex al nipote.
Edemondo, ritenendo che alla sua sicurezza Genova fosse sufficiente, parte dalla capitale francese appena prima che la regina d'Inghilterra, verso la fine d'Ottobre, vi giunga. Nella città ligure, ospitato dai soliti amici inglesi, stringe amicizia con Teodosio e ne condivide il dolore, finché, non trascorso ancora l'inverno, gli capita in mano la lettera di Rosalinda indirizzata al suocero per mezzo di Quilico, schiavo ligure appena liberato dai Turchi, a cui Draganutte aveva affidato il recapito.
Immediatamente decide di partire per liberarla, e si pone all'impresa, senza informare Teodosio, con Fedele e con Quilico stesso, utilizzando come mezzo di trasporto un vascello che la repubblica di Genova periodicamente manda a Tunisi e ad Algeri per riscattare i propri cittadini fatti schiavi, approfittando sia dell'immunità garantita dal passaporto che veniva consegnato in tali occasioni, sia della lettera per l'ambasciatore di Costantinopoli. Quilico suggerisce di avvalersi della complicità dei giardinieri d'Osmida: la vecchia Azimecca, estremamente avida di denaro e scontenta delle condizioni in cui la tenevano i sovrani, e suo figlio Tigraspe, altrettanto scellerato.
Una volta corrotta Azimecca, si rivelò impossibile convincere Rosalinda a fuggire: Edemondo, messo al corrente della decisione per mezzo di un biglietto che la giovane gli fa recapitare da Violante, decide di rapirla, affidanosi a torto all'abilità di Tigraspe, che anziché preparare un piano, peraltro impossibile, va a denunciare il conte al re di Tunisi. Così, la notte destinata al ratto, fatta irruzione negli appartamenti di Osmida, Edemondo a un cenno del giardiniere viene fatto prigioniero e condannato alla pena capitale, mentre Quilico e Fedele sono destinati al remo. Rosalinda, che poteva essere sospettata complice, viene totalmente scagionata dalla sua lettera di diniego trovata fra gli effetti personali dell'inglese.
Il prigioniero, dopo avere scritto, nell'attesa dell'ora fatale, un ultimo, accorato biglietto a Rosalinda, ha modo di constatare l'infamia di Tigraspe quando se lo vede entrare nella cella con il compito di fargli da carnefice: il giardiniere infatti, non contento di avere tradito una prima volta Edemondo, concepita avidità per le sue ricche spoglie, aveva chiesto ed ottenuto dal re il permesso di condurre l'esecuzione. Ma verrà fermato all'ultimo momento, con il braccio già alzato a vibrare il colpo sul collo nudo del conte.

Argomento del Libro quinto.
Rosalinda, impietosita dalla lettera che Edemondo le ha scritto dal carcere, convince Amat a graziarlo. Il capitano della guardia regale arriva giusto in tempo per fermare il braccio di Tigraspe e salvare la vita al conte. Restituitigli i servi e gli averi, Amat, letta la lettera di raccomandazione per l'ambasciatore inglese a Costantinopoli, si adopera affinché Edemondo vi giunga, onde dimostrare la propria magnanimità tanto al conte d'Essex quanto all'ambasciatore stesso. Avviata poi un'inchiesta per chiarirsi del fatio e risultati Azimecca e Tigraspe colpevoli, sono condannati, dopo pubblica fustigazione, l'una a perpetuo esilio, l'altro alle torture e alla pena capitale.
In quel mentre arriva a Tunisi Amuratte bassà, legato di Ibrahim, Gran Signore dei Turchi, con lo scopo di far armare agli stati vassalli delle navi da inviare, come rinforzo, alla flotta di Costantinopoli, che, uscita dal porto il primo Maggio 1645, si accingeva all'impresa di Candia a danno dei Veneziani.
Il legato ha modo di vedere, durante gli intrattenimenti che vengono organizzati in suo onore, la bellissima Rosalinda, e se ne innamora. Amuratte, saputo che era destinata al Gran Signore, si offre di portarla lui stesso, ma subisce il garbato ed avveduto rifiuto di Amat, che invece gli affida Edemondo: Amuratte infatti, dopo aver raggiunto Algeri, avrebbe dovuto raggiungere l'armata a Candia, ed indi proseguire per Costantinopoli a render conto ad Ibrahim dell'esito della legazione. Durante il viaggio verso Algeri, il turco, per nulla rassegnato a rinunciare a Rosalinda, cerca di averne qualche notizia da Edemondo, che non solo intende facilmente il motivo di tale interesse, ma venendo a sapere che la fanciulla stessa è stata l'artefice della grazia ricevuta, sente in sé risorgere la violenza della passione, già un poco sopita dalla paura della morte.
Prima di accingersi all'impresa di Candia, che desidera condurre in prima persona, re Amat fa sposare al primogenito Mamet la figlia del bassà di Tripoli, Eudora.
Rosalinda, che, come dama al seguito di Osamida, prende parte alle feste, è colpita dall'aspetto e dall'atteggiarsi di uno schiavo del bassà di Tripoli, che gli ricorda in tutto e per tutto il defunto Lealdo. Mandata Violante a farne inchiesta, ha modo di parlare con uno schiavo genovese di nome Leandro, al seguito del bassà con la moglie Dorisba, che si rivelerà essere il nipote della nutrice. Tratta in inganno anche dal nome, scoprirà la presenza di Lealdo, conservo di Leandro, solo la sera seguente. Lealdo per mezzo di Violante fa arrivare un biglietto a Rosalinda, con cui la informa sul da farsi: i due sarebbero fuggiti, l'ultima sera dei festeggiamenti, insieme a Leandro, Dorisba e Violante stessa, sulla fusta di Draganutte. L'unico motivo a far titubare la giovane è il voto, in precedenza pronunciato, di castità: dubbio presto risolto dalla nutrice, che considera come questo fosse scaturito dalla presunta morte di Lealdo, premessa rivelatasi poi fallace, e quindi non vincolante.
Andato il piano a buon fine e preso il largo, Lealdo ha modo di raccontare come, fatto prigioniero dalle galee d'Algeri e giunto in fin di vita, creduto morto fosse buttato a mare, e, salvatosi a stento su uno scoglio, raccolto dalle galee di Tripoli e poi messo al seguito di quel bassà.
Il ricongiungimento dei due amanti dura poco: la fusta di Draganutte viene intercettata dalla flotta di Algeri, che si stava dirigendo alla volta di Candia, e sulla quale era imbarcato anche Amuratte. I fuggiaschi tentano di fargli credere di essere diretti in territorio cristiano, mandati da re Amat, onde spiare le strategie di guerra che avrebbero adottato per difendere Candia. Amuratte, che ha capito lo stratagemma e a cui non par vero di avere Rosalinda fra le mani, lascia liberi gli uomini di proseguire il viaggio e compiere la mentita missione. Come garanzia, trattiene presso di sé le donne, dicendo che le avrebbe giustiziate se non fossero tornati di lì a due mesi con le informazioni promesse.
Leandro, Lealdo e Draganutte, nonostate lo scoramento, decidono di portare a termine la missione, e, riferendo le notizie di minor momento, taciute le più importanti per non danneggiare i cristiani, riscattare le proprie donne. Mentre discorrono di questi argomenti, arrivano a Maiorca.

Argomento del Libro sesto.
Amuratte, che aveva incontrato Rosalinda, in qualità di ambasciatore del Sultano, alla corte di Tunisi, con promessa di legittimo matrimonio impone a Violante di disporre la giovane ad accondiscendere alle sue voglie. Ottenuta a stento una dilazione di tre giorni, Violante, spirato il termine, assicurando il turco sulla disponibilità della fanciulla, ottiene altri due giorni, con il pretesto che sarebbero stati necessari a compiere i riti che la religione di Rosalinda imponeva alle fanciulle prima del matrimonio. Trascorsi anche questi (durante i quali Violante aveva dovuto trattenere Rosalinda, che, piuttosto di soddisfare alla libidine del turco, era fermamente decisa a deturparsi con un rasoio), Rosalinda stessa, simulando con Amuratte allegria per le nozze imminenti, ne ottiene un altro, destinato a portare a compimento i riti iniziati in precedenza. Il turco cede alle suppliche e alle lusinghe, ma se ne pente molto presto: proprio durante quest'ultima notte d'attesa viene colpito da una febbre così violenta da ridurlo in fin di vita.
Giunto con la flotta in Candia, sfruttando un momentaneo regresso della malattia, Amuratte tenta un ultimo assalto alla virtù di Rosalinda, cercando di violarla. La giovane si difende, e, una volta accorsi i servi allo strepito, il turco, esasperato dai continui rifiuti e preoccupato per le eventuali reazioni del re di Tunisi e del Gran Signore, a cui Rosalinda era destinata, la fa incarcerare insieme a Violante e Dorisba, tutte e tre condannate alla pena capitale: il sarebbe potuto apparire giustificato legalmente, visto che i due mesi pattuiti eran trascorsi, e degli uomini che avrebbero dovuto procurare informazioni non si aveva notizia alcuna.
I tre dopo la separazione forzata dalle donne giungono a Maiorca, patria di Draganutte, che abiura la religione maomettana e si dà a conoscere ai suoi parenti come Gusmano. Lealdo si ammala, e Leandro, vista la necessità di lasciare Gusmano ad assisterlo nel decorso della malattia, si offre di compiere da solo la missione: sarebbe andato a Genova ad informare Teodosio dell'accaduto, raccogliendo nel contempo qualche notizia da riferire ad Amuratte per il riscatto delle donne; poi si sarebbe imbarcato per Messina, dove, a Casa di Ormando, parente di Lealdo, avrebbe atteso l'arrivo di quest'ultimo, presumibilmente risanato, con Gusmano, previsto per le calende di Agosto. Di lì si sarebbero imbarcati tutti insieme alla volta di Candia, giusto in tempo per mantenere la parola data e liberare le donne.
Il progetto non va a buon fine: per il protrarsi della malattia, Lealdo e Gusmano arrivano a Messina con quattro giorni di ritardo, dove peraltro di Leandro non è giunta notizia alcuna; come se non bastasse, preso il mare alla volta di Candia, vengono distolti dalla rotta da una tempesta, e sono forzati a far scalo a Rodi per riparare i danni subiti dalla fusta. Qui incontrano Blumazar, amico di Gusmano, che procura ai due imbarco su un vascello diretto a Candia: sia per risparmiare tempo (i due mesi infatti erano già spirati), che per evitarne il possibile sequestro a fini bellici. Appena lasciato il porto di Rodi, nel costeggiare una piccola isoletta popolata solo dalle rovine di una gran torre, a Lealdo pare di udire Rosalinda che lo invoca con voce disperata. Il funesto presagio si rivela veritiero, perché, giunti al cospetto di Amuratte, vengono informati dell'avvenuta esecuzione, e se ne ritornano a Rodi con quello che resta delle tre donne: le loro vesti lorde di sangue.
La notizia giunge anche ad Edemondo, che Amuratte, anziché far proseguire, come d'accordo, per Costantinopoli, aveva trattenuto presso di sé con Fedele e Quilico. Visto che il viaggio nella capitale ottomana aveva per lui lo scopo di adoperarsi in qualche modo a pro di Rosalinda, mancandone ora il motivo, decide di dirigersi verso ponente, e riesce ad imbarcarsi per Marsiglia. Ivi giunto, e mandato Fedele a Londra per procurargli notizie e denaro, si imbarca su una feluca alla volta di Genova. Il viaggio è turbato da una tempesta, che travolge l'imbarcazione: mentre Quilico muore tra i flutti, Edemondo riesce, più morto che vivo, a raggiungere una spiaggia ligure della riviera di Ponente. Qui viene trovato da un frate cappuccino, il padre Egidio, che, con l'aiuto del confratello, il padre Raffaele, gli è prodigo di cure nel vicino convento.
Il frate non solo lo riporta in salute, ma riesce a convertirlo al Cattolicesimo (verso cui Edemondo già aveva presentito una certa inclinazione), e, partito per organizzare la cerimonia della avvenuta conversione e del battesimo, che avrebbe dovuto celebrarsi nella cattedrale di Ventimiglia, affida il conte alla custodia di padre Raffaele. Il convalescente, colpito dalla magnanimità di padre Egidio, gli chiede informazioni sulla sua nascita, e viene a sapere che discende in linea retta da Adelasia, figlia dell'imperatore Ottone II, e da Alerame, principe di Sassonia: la loro storia, vista la curiosità di Edemondo, gli sarà narrata compiutamente il giorno successivo.

Argomento del Libro settimo.
Padre Raffaele, come promesso, racconta ad Edemondo la storia di Adelasia ed Alerame: Adelasia, figlia di Ottone il grande, si innamora, riamata, di Alerame, principe di Sassonia e cavaliere famoso presso la corte del padre. L'imperatore, che aveva destinato la figlia a più degni sponsali, venuto a conoscenza del fatto manda pretestuosamente Alerame in esilio dalla sua corte, e rinchiude la figlia in un castello ben custodito.
Il cavaliere, dopo aver vagato per due anni in esilio, spinto dall'amore per Adelasia, sotto mentite spoglie si avvicina al castello, da dove però è costretto a fuggire quasi subito. Viene raggiunto ai confini della Sassonia da un servo di Adelasia, la quale, avendo saputo della presenza dell'amato nei dintorni, gli invia un biglietto per concertare la fuga comune.
La fanciulla fugge travestita da ragazzo insieme a un servo ed a una dama di compagnia, ma i tre si perdono in una intricata foresta, in cui, sorpresi dal buio, decidono di pernottare. Nel bel mezzo della notte vengono sorpresi da un gruppo di briganti, che li derubano di tutto, uccidono i servi, e lasciano Adelasia gravemente ferita. Alerame, che allarmato dal ritardo era andato incontro ai fuggitivi, sopraggiunge sul luogo della strage, insegue e fa scempio dei briganti, e constatando lo stato di Adelasia, impossibilitata ad un lungo cammino, si rifugia presso un eremita nella foresta. Il sacerdote, che aveva qualche conoscenza medica, riesce a guarire Adelasia (che stavolta camuffa la propria identità sotto il nome di Alassia), ed assecondando i desideri d'entrambi li unisce in matrimonio.
Non passano tre giorni, che sono costretti a fuggire: l'imperatore infatti, scoperta la fuga, dopo aver posto un'ingente taglia per la cattura e fatto circolare il loro ritratto, aveva scatenato una feroce quanto diligente persecuzione. I due, travestiti da contadini, senza alcun seguito e con l'aggravante dell'estrema povertà (avevano infatti subito un furto, che li aveva privati dei valori che avevano portato seco), giungono sui monti sovrastanti alla città di Savona, dove decidono di fermarsi e di procurarsi da vivere facendo i carbonai.
Trascorsi sedici anni di vita parca ma virtuosa, ed accresciuta la famiglia di ben sette figli maschi, Adelasia ed Alerame (che hanno continuato a mantenere sotto strettissimo segreto la propria origine) devono privarsi di Guglielmo, il primogenito, che scappa di casa a causa delle continue tensioni con i genitori: troppo grande è il divario fra il corrente modus vivendi e la percezione, insita nella natura nobile del giovane, di essere chiamato ad altri compiti.
Giunto a Roma ed arruolatosi nell'esercito imperiale (che allora era impegnato nella restituzione di Leone VIII al soglio pontificio), da soldato sconosciuto che era, Guglielmo diventa non solo capitano, ma entra in stretta corrispondenza con l'imperatore medesimo. Dovendo passare l'esercito a Savona, Guglielmo esprime il desiderio di rivedere i suoi, e ne ottiene licenza dall'imperatore, che, sospettando ormai potesse trattarsi proprio di Adelasia ed Alerame, lo fa accompagnare da un cugino di quest'ultimo.
Alerame è presto riconosciuto, e condotto a Savona con tutta la famiglia al cospetto dell'imperatore, che dopo aver fatto mostra di voler mantenere l'antica condanna, è ben lieto di perdonare la figlia e il genero e di accogliere i nipoti. Prima di fare ritorno in Germania, assegna alla famiglia, che aveva espresso il desiderio di restare in Italia, cospicui territori, dando così origine ad una gloriosa discendenza, della quale, appunto, faceva parte lo stesso padre Egidio.
Ascoltata con diletto la narrazione, Edemondo, dopo i pochi giorni ancora necessari alla convalescenza, raggiunge il padre Egidio a Ventimiglia, dove viene celebrata la cerimonia dell'abiura e ratificata la definitiva conversione al Cattolicesimo. Decide di trasferirsi a Genova, e frequentando le persone conosciute durante il precedente soggiorno, ha modo di inoltrarsi nella conoscenza delle grandezze della città. Dopo pochi mesi arriva Fedele da Londra, che l'informa della tanto auspicata estinzione della causa con il Barone Crisauro. Edemondo, invece di ritornare in patria, decide di andare a Roma e prendere i voti.
Intanto Lealdo, affranto più che mai, mentre è in Rodi presso Blumazar viene avvicinato dalla maga Celiffa, che lo informa che Amuratte, lungi dall'aver ucciso Rosalinda, Dorisba e Violante, le aveva in realtà rinchiuse segretamente in una torre che sorge su un'isoletta poco discosta da Rodi, sotto la custodia di fidi eunuchi, onde poter poi piegare in tutta calma la giovane alle sue voglie. Per riuscirci, il bassà era ricorso alle arti di Celiffa stessa, che partita con il proposito di compiacerlo, aveva finito non solo per abbracciare la causa di Rosalinda, ma anche per abbandonare la negromanzia e convertirsi al Cattolicesimo.
Lealdo non tarda ad allestire un piano per liberare le prigioniere e porsi in salvo, potendo avvalersi dell'aiuto di Gusmano, di Celiffa (che come ricompensa non chiede altro che partire con loro) e di Blumazar. Andato il piano a buon fine e liberate le donne dalla custodia degli eunuchi (complice il vino drogato distribuito loro dalla maga), i fuggitivi seguono il consiglio di Blumazar, che, constatando l'autunno incipiente e i pericoli di una lunga navigazione, suggerisce di attendere la primavera nascosti in Licia, da lì poco lontana, presso la Casa di suo cugino Rusteno, che viveva, vecchio e senza prole, con la moglie Zeleida.
Nascosta la fusta in un'insenatura distante dalla Casa di Rusteno e Zeleida, mentre i nostri godono della loro piacevole ospitalità, Blumazar fa ritorno a Rodi per informarsi dell'eco lasciata dalla loro fuga.

Argomento del Libro ottavo.
Mentre i nostri dimorano serenamente a Casa di Rusteno e Zeleida, arriva da Rodi Blumazar, che li informa della conclusione della campagna militare della Canea (presa nel Settembre del 1645, nonostante un estremo tentativo di rivalsa dei Veneti) e delle smanie di Amuratte, che dopo aver infierito sugli eunuchi che si erano lasciati sfuggire le prigioniere, stava mettendo a soqquadro con le sue perquisizioni tutta l'isola di Rodi, ben deciso a farla pagare cara soprattutto a Celiffa, rea di tradimento. Nel corso delle indagini Amuratte arriva alla Casa di Blumazar, da un servo del quale apprende del suo precedente viaggio in Licia. Circondata la Casa di Rusteno e Zeleida, i fuggitivi, che per salvarsi non potevano contare nemmeno sull'aiuto di Lealdo e Draganutte, momentaneamente assenti, ricorrono alle arti di Celiffa, che, astenendosi dalla sacrilega negromanzia, riesce a preparare, solo con rimedi naturali, un filtro in grado di mutare il colore della pelle e uno in grado di variare il timbro di voce. Ingannato dallo stratagemma (che prevede, ovviamente, anche uno scambio di nomi: Rosalinda diventa così Moralba, Celiffa Clelia, Violante Florida, Dorisba Clarice, e Blumazar Fidauro), Amuratte, deluso ed infuriato più che mai, torna a Costantinopoli.
Intanto Draganutte, di ritorno da una visita alla sua fusta, porta notizie di Lealdo, che, partito con lui, aveva deciso di svernare lontano da Rosalinda, avvertendo il pericolo, dimorando troppo a stretto contatto con l'oggetto dei suoi desideri, di non riuscire a procrastinare la definitiva unione con la sposa sino al ritorno in patria e alla celebrazione del rito ufficiale, come promesso al defunto Sinibaldo. Trascorsa buona parte dell'inverno e giunta la metà di Febbraio, Rosalinda e gli altri, anziché far trovare a Lealdo, come convenuto, proprie notizie nella fusta di Draganutte, decidono di andargli incontro, e dopo averlo stupito con il loro mutato aspetto (avevano deciso infatti, per maggior sicurezza, di non assumere l'antidoto al filtro di Celiffa sin quando non avessero lasciato quei territori), lo convincono a ritornare alla casa di Rusteno e Zeleida.
Rosalinda, che già si era conquistata l'affetto dei due vecchi ed aveva confessato loro di essere cristiana, una volta tornata a casa con gli altri, constatata già in precedenza la disposizione d'animo di Rusteno, Zeleida e Blumazar, con l'aiuto di Lealdo si applica alla loro conversione, trascorrendo così il resto dell'inverno in devoti esercizi e nell'addottrinamento dei neofiti.

Argomento del Libro nono.
Arrivata la primavera del 1646, Lealdo, Rosalinda, Violante, Rusteno, Zeleida, Blumazar, Celiffa e Gusmano si imbarcano alla volta dell'Italia, e giungono senza intoppi di sorta a Messina, dove, oltre ad Ormando, parente di Lealdo, trovano Leandro, che si mette a raccontare gli avvenimenti che gli avevano impedito di farsi trovare, alle calende dell'Agosto passato, all'appuntamento stabilito con Lealdo e Gusmano.
Lasciata Maiorca su un vascello spagnolo alla volta di Genova, e intercettata l'imbarcazione dai francesi, Leandro, nonostante si protesti genovese, viene condotto come prigioniero a Marsiglia in attesa di accertamenti. Rilasciato, ma troppo tardi per giungere in tempo a Messina, decide di andare ugualmente a Genova, dove informa Teodosio dello stato delle cose, per poi dirigersi subito da Ormando. Arrivato in Sicilia troppo tardi per ricongiungersi a Lealdo e Gusmano, decide di prendere il mare per unirsi alle galee inviate verso Candia a combattere gli ottomani, ma, prima di entrare in contatto con loro, viene fatto prigioniero da una grossa nave barbaresca. Alla fine d'Ottobre, consolidata la presa della Canea, gli ottomani decidono di sciogliere l'armata, e Leandro, approfittando di una burrasca che aveva isolato la nave dalle altre sulla via del ritorno, provoca un ammutinamento, prende possesso dell'imbarcazione e fa vela alla volta di Genova dove incontra di nuovo Teodosio, che, non avendo ricevuto alcuna notizia del figlio e della nuora, appena passato l'inverno lo invia di nuovo a Messina, nella speranza, poi rivelatasi tutt'altro che fallace, di ottenere qualche informazione.
Finito il racconto, Leandro propone di andare tutti a Genova per fargli una gradita sorpresa. La partenza, fissata per il 12 Maggio, è preceduta dalla notizia della cerimonia di conversione al Cristianesimo di Mamet, primogenito del re di Tunisi (alla cui festa nuziale Lealdo e Rosalinda si erano ritrovati), che, dopo essere fuggito ed aver abbandonato genitori, moglie e patria, aveva ricevuto il battesimo in Palermo il 6 Maggio.
Una volta partiti e fatto scalo a Gaeta per aspettare il ristabilirsi dei venti, contrariamente al parere di Gusmano riprendono il mare dopo soli tre giorni: si imbatteranno in una tempesta molto violenta nei pressi delle coste del Lazio, che non cesserà se non in seguito al voto comune di visitare, in abito di pellegrini, le sette chiese a Roma. Presa finalmente terra, lungo strada per Roma la comitiva di pellegrini si imbatte in un giovane inglese disperato, che poi si rivelerà essere Emilia, cugina di Rosalinda, con una storia molto tragica da raccontare.
Emilia viveva col padre Valtero, la madre Fausta e il fratello gemello Armidoro nel feudo paterno in Inghilterra. Il barone Valtero, una volta compiuto dai figli il dodicesimo anno d'età, manda Armidoro a Parigi per fargli apprendere i costumi cavallereschi. Ben presto, da cattolico e realista, viene chiamato a corte dalla regina, che lo conduce con sé nella fuga a Parigi. Prima di partire, raccomanda alla moglie Flavia di guardarsi bene dal marchese Arsalone, proprietario del feudo adiacente, uomo facinoroso e di molte aderenze (suo fratello era membro della camera dei Lords), che già si era fatto avanti per sposare Emilia. A tutela della famiglia, Valtero procura alla moglie l'assistenza di Olderico, e destina Emilia alle nozze con il figlio di lui, Edoardo (che il caso vuole trattarsi proprio del cugino di Lealdo). I due però si devono ben presto separare: Olderico, ricevuta la notizia del naufragio del vascello Nettuno e della creduta morte di Rosalinda e di Lealdo, manda Edoardo in Genova per consolare il fratello Teodosio e per aiutarlo nell'amministrazione della casa. Altre sciagure si accaniscono su Emilia: il padre muore a Parigi, e visto che il Parlamento inglese stava avviando la confisca dei beni, Arsalone propone a Fausta di adoperarsi per mezzo del fratello qualora gli fosse concessa Emilia in sposa. Sotto consiglio di Olderico, le donne si mostrano compiacenti e ottengono una dilazione di pochi mesi, mentre in realtà preparano una fuga a Roma (dopo il fallimento del progettato viaggio a Parigi, causato dal fatto che Armidoro, dopo aver ucciso in duello un avversario, aveva dovuto abbandonare la città e tornarsene a Casa), dove avrebbero dovuto trovare rifugio presso la moglie dell'ambasciatore francese a Londra, allora di stanza a Roma.
Il piano viene scoperto da Arsalone, che, vedendosi ingannato, invade il castello con i suoi birri, e a forza di minacce estorce la promessa che quella notte stessa, nel castello assediato dai suoi, Emilia sarebbe stata sua. I tre si salvano con un tranello: visto che Emilia ed Armidoro, fratelli gemelli, si assomigliano moltissimo, quest'ultimo, travestito con abiti femminili, si presenta nel talamo di Arsalone al posto della sorella e lo uccide. Approfittando poi del sonno dei seguaci del marchese, i tre, accompagnati da due fedeli servitori, riecono a fuggire dal castello (non prima di aver travestito Emilia da ragazzo) e ad arrivare a Livorno, dove però Fausta, colpita dalla febbre, muore.
Emilia, Armidoro e gli altri, celebrate le esequie e partiti per Roma, fanno naufragio a causa della stessa tempesta che aveva messo in seria difficoltà anche la fusta di Gusmano, e la fanciulla, da unica superstite, deve rassegnarsi alla perdita di ogni cosa (incluse le lettere di raccomandazione per presentarsi alla moglie dell'ambasciatore).
Dopo aver sentito il racconto, Rosalinda e gli altri non esitano ad accogliere la cugina nella propria comitiva, con promessa di condurla seco prima a Roma e poi a Genova, dove avrebbe potuto ritrovare l'amato Edoardo.

Argomento del Libro decimo.
Giunti a Roma, i pellegrini sciolgono il voto visitando le sette chiese, ed hanno così modo di ammirare la maestà della cattedrale di S. Pietro, mole eccelsa edificata dalla cristianità.
Lealdo, Rosalinda e Violante approfittano dell'occasione che li ha portati a Roma per andarsi a procurare, presso il Collegio Anglicano, l'agognata dispensa alle nozze. In questa occasione Violante e Rosalinda incontrano il conte Edemondo, che, in atto di contrizione e preghiera, dà loro a conoscere l'avvenuta conversione e la decisione di prendere i voti, invitandole alla cerimonia che si sarebbe celebrata nella chiesa di S. Paolo fuori le mura.
Edificati dagli esempi di devozione della capitale della Cristianità, la maggior parte dei neofiti turchi (battezzandosi, cambieranno nome: Celiffa diviene Barbara, Rusteno e Zeleida rispettivamente Roberto e Tecla) decide di separarsi dalla comitiva, in procinto di partire per Genova, per svolgere opere pie presso vari istituti di assistenza in Roma.
Preso il mare, come al solito, sulla fusta di Gusmano, vengono allontanati dalla rotta dal vento avverso, e si imbattono, nei pressi della Corsica, in due galee barbaresche, che li costringono a inalberare le insegne turche per non rischiare di venire ancora catturati. Arrivati al largo di Loano, presso Ventimiglia, incontrano due galee di Genova, che stavano andando in caccia di vascelli nemici, e, vedendo la fusta con insegne turche, non esitano a sparare qualche colpo e ad apprestarsi all'abbordaggio. L'equivoco viene presto chiarito, ma Lealdo resta colpito da una palla, e la ferita è talmente grave che lo porta a lottare fra la vita e la morte.
Sbarcano a Loano, e trovano ospitalità e assistenza a casa di Aurelio, un gentiluomo genovese, e di Bianca, sua nuora; lì saranno raggiunti da Teodosio, che aspettava ansioso notizie del figlio e di Rosalinda.
La ferita di Lealdo si rivela mortale, ed oltre ai medici gli presta assistenza un sacerdote, che, discorrendo con lui e con Rosalinda, spiega ai due che le straordinarie vicende a loro capitate altro non sono che messaggi divini che li invitano a dedicarsi al sacerdozio, rinunciando a consumare le nozze mondane per dedicarsi ad interessi più elevati.
Prendendo spunto dalle parole del prelato, Rosalinda riesce a decifrare il sogno misterioso che aveva fatto l'anno addietro, e decide di comune accordo con Lealdo di dare ascolto al sacerdote. Il giovane, miracolosamente risanato subito dopo aver preso la decisione, anziché partire per Genova, sarebbe rimasto in loco per farsi Carmelitano (in questo imitato da Alessio, già Blumazar, che gli era legato da affetto e gratitudine), mentre Rosalinda sarebbe andata a Genova per prendere i voti presso le Benedettine.
Durante il viaggio per portarsi a Genova, Rosalinda ed Emilia apprendono da Teodosio che Edoardo, già promesso sposo di Emilia, si stava avviando a prendere le veci di Lealdo ed era in procinto di sposare Placidia, figlia di Ansaldo, gentiluomo genovese, con estremo cordoglio della giovane inglese.
Giunti a Genova, nonostante Edoardo ami ancora Emilia, deve adattarsi alle circostanze, e prestare fede alla parola data. Tutto sembra avviato alla conclusione, quando succede l'ultimo colpo di scena: Placidia, che da sempre aveva avuto la vocazione di prendere i voti, la mattina stessa delle nozze fugge in convento, e forza il padre a rompere il patto matrimoniale, con estrema gioia di Teodosio, Edoardo, Emilia e Rosalinda, che vedeva nella cugina l'erede ideale delle proprie sostanze e del proprio ruolo.
Si fanno i preparativi per le nozze, e ad aggiungersi alla felicità comune arriva dall'Inghilterra Olderico, padre di Edoardo, che nel contempo informa Emilia sulla buona riuscita della sua causa in Inghilterra: era stata riconosciuta innocente dell'omicidio di Arsalone, e il Parlamento, grazie all'opera dell'ambasciatore francese, non aveva proceduto al sequestro dei beni nonostante il padre Valtero fosse stato al servizio della regina.
Poco tempo dopo il convito nuziale, la prima domenica dell'ottobre 1646, giusto in concomitanza alla festa del Rosario, che celebrava la vittoria di Lepanto, Rosalinda entra in convento con solenne cerimonia.

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