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La Rosalinda di Bernardo Morando - Il romanzo come monumento
Estratto dalla tesi di laurea: La resistibile ascesa di un narratore secentista: "La Rosalinda" di Bernardo Morando
Università degli studi di Parma - A.A. 1999/2000
Laureando: Emanuele Arata
Relatore: Prof. Marzio Pieri
Correlatori: Dott.ssa Luana Salvarani - Dott.ssa Anna Maria Razzoli Rojo
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Il romanzo come monumento
Il messaggio edificante che la Rosalinda intende veicolare non si identifica solo in una rappresentazione del mondo contemporaneo che vede su fronti opposti i Fedeli e gli Infedeli, ma appare chiaramente caratterizzato dal punto di vista sociologico: nel romanzo, insieme ai grandi fatti storici del tempo, il Morando include la società barocca, assegnandole uno spazio privilegiato «in cui essa vive come modello e come mito»,1 realizzando così, sul piano letterario, quella «funzione rappresentativa» che nell'architettura barocca è affidata al monumento,2 e che non riguarda solo gli edifici pubblici (chiese, palazzo reale, teatri, ecc.), ma anche i palazzi privati, nella misura in cui sono segni di stabilità della condizione sociale ed esprimono il rango e il censo del proprietario.3
In precedenza, esponendo le circostanze inerenti alla pubblicazione, nel dicembre 1650, dell'editio princeps della Rosalinda (e quindi considerando un elemento esterno, ma non estraneo, ai contenuti e alla struttura del romanzo), si è parlato di volontà di mitizzare la borghesia mercantile genovese dell'epoca:4 occorre ora vedere come questa istanza si ripercuote, divenendo un elemento di poetica, su quella «mirabile prospettiva» che la Rosalinda intende essere.
È già stato notato dal Cremona che l'ambiente del romanzo si può definire misto borghese-nobiliare: «borghese nei protagonisti, commercianti dotati di grandi ricchezze; nobiliare in manifestazioni peculiari: canti, recitazioni, conversari, musica, conviti».5 Questo particolare, che il piacentino Cremona fa rientrare nel quadro complessivo della pretesa medietà ed equilibrio che avrebbero caratterizzato l'opera e la figura del Morando, anche nel successivo aggiustamento proposto dal Cornieri, in cui se ne accentua la portata,6 rimarrebbe una semplice nota di colore inserita nel romanzo: in realtà la Rosalinda è la rappresentazione di una societas mercatorum composta da individui attivi, ricchi e virtuosi, di cui il Morando faceva parte e che, all'occorrenza, l'Autore non esita a mettere in contrasto con l'immagine di un'aristocrazia avida e dai forzieri ormai vuoti che, in tono piccato, rivendica una pretesa superiorità in virtù di polverosi ritratti di famiglia.
La ricca borghesia mercantile, che oppone alla nobiltà naturale della stirpe aristocratica la validità del proprio iter formativo,7 è in realtà padrona dello spazio artificiale, che va dall'Inghilterra a Costantinopoli, contemplato dal romanzo. Molti sono i riferimenti ad operazioni caratteristiche del commercio su scala internazionale: i trasferimenti di capitale, descritti con termini del lessico mercantesco,8 così come le «lettere di raccomandazione e di credito», che hanno la funzione di introdurre il latore ad un terzo per ottenere aiuto e protezione,9 disegnano una rete di collegamenti fra un ceto, quello dei grandi mercanti, che, a detta dello stesso Morando, è in grado di «tragittare col credito e con l'effetto da una ad altra Provincia il valore di ricchissimi Patrimonî e di Stati intieri epilogati in due dita di carta».10
Non solo i rapporti tra i personaggi individuano una ben determinata societas mercatorum, ma anche la descrizione delle aree geografiche attraversate dai protagonisti è resa attraverso l'occhio del mercante, che è informato sulle risorse e sui «trafici» delle zone interessate: allora, per esempio, la circumnavigazione della Penisola Iberica, compiuta da Lealdo, Rosalinda, Violante e Teodosio per trasferirsi da Dover ad Alicante, è occasione per mostrare prima i fiorenti traffici con l'Oriente del porto di Lisbona, capoluogo del neonato stato indipendente del Portogallo,11 poi, man mano che il viaggio prosegue, le città portuali della Spagna e il loro proiettarsi, con le nuove rotte atlantiche, verso il Nuovo Mondo, oltre alle risorse dell'entroterra;12 e ancora la descrizione delle terre in cui Rosalinda e Lealdo fanno naufragio (la costa presso Gades, in Tunisia) tiene conto, oltre che del clima, del commercio e delle risorse del territorio;13 e così via.
Posta, non a caso, al centro della geografia del romanzo, Genova è la base di partenza e il punto di arrivo dell'operosa virtù mercantesca. La metropoli ligure è sia l'origine che la meta dei protagonisti (il romanzo si apre con Sinibaldo, ricco mercante di origine genovese emigrato in Inghilterra, che decide di fare ritorno definitivamente alla patria avita, e si chiude con l'approdo a Genova di Rosalinda e Lealdo), ma la si può definire come vero e proprio centro di gravità del mondo rappresentato nel romanzo:14
«Siede alla Porta d'Italia questa Reina del Mare, ornamento d'Europa, a fronte dell'Africa: e stendendo le sue fertilissime Riviere, quasi nerborute sue braccia, uno a Levante inverso l'Asia, l'altro a Ponente verso l'America, pare che di tutte quattro le gran Parti del Mondo si mostri degna d'aver l'Impero, come da tutte intanto a sé tragge i tesori».
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Partendo dalle origini della città, «la cui fondazione avere di mille anni precorso i natali di Roma affermano rinomati Scrittori»,15 il Morando, da vero antiquario erudito, allestisce, mostrando di aver consultato gli annalisti e gli scrittori di cronache, una galleria di genovesi illustri, attraverso la quale è possibile ripercorrere le tappe di affermazione della supremazia commerciale, culturale ed etica di Genova: in una prima digressione vengono descritti i fasti della Repubblica, dall'indispensabile apporto dei genovesi alla causa della Cristianità e alle crociate fino alla risolutiva vittoria, nel 1284, contro Pisa, che assicurò a Genova il dominio incontrastato nell'area tirrenica e pose le basi per la futura espansione in Oriente. 16
Nella seconda digressione viene posto l'accento sulle grandi famiglie genovesi e sulle imprese compiute da individualità esemplari, in un passo di «storia monumentale»: 17 dall'elogio delle grandi famiglie, Doria, Spinola, Fieschi, Zaccaria, il Morando passa in rassegna le gesta, fra il temerario e il leggendario, che hanno opposto vittoriosamente i capitani d'armata genovesi a flotte molto più numerose, come la batosta inflitta da Filippino Doria alla flotta del grande Carlo V, oppure l'opera di Andrea Doria, artefice della «Libertà» della patria dopo essere stato a contatto con i grandi della Storia, avendo militato prima in favore della Francia, poi della Spagna, per essere posto a capo della flotta della lega Cristiana.18 Il passo, che si conclude con un elenco delle figure più eminenti della cultura genovese dell'epoca,19 mostra Genova non solo come «Madre ed altrice d'Eroi»,20 ma anche come centro propulsivo, in proiezione futura, di quell'espansione dell'ecumene iniziata più di un secolo prima con le grandi scoperte, e all'epoca del Morando in pieno corso di sviluppo:21
A chiuder la fila di tanti Eroi, in Mare e in Terra, nell'armi e nel dominio famosi, comparve Cristoforo Colombo ne' lor colloquii: quel Cristoforo che portò Cristo di là dal Mare, quel Colombo che spiegò l'ali di là dal Mondo. E quai lodi possono inalzarsi mai tanto, quantunque s'ergano sino alle stelle, ch'a i meriti di sì grand'Huomo possano giungere? A quali Inventori di Cose grandi o Facitori d'Opere eccelse la cieca Gentilità alzò delubri in Terra e assignò luogo sopra le stelle fra Dei, che più di questo se 'l meritassero? A questo sì grand'Eroe, a cui Piacenza diede l'origine, la Liguria i natali, Iddio l'ingegno, è debitore l'uno e l'altro Emispero: questo per averlo accresciuto d'un altro Mondo, quello per averlo arricchito del vero Dio.
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L'elogio della grande borghesia genovese non è solo un omaggio alla propria città d'origine, totalmente svincolato dal contesto, che il Morando ha voluto pretestuosamente inserire nel romanzo: oltre alla possibile intenzione di rivalsa personale che l'Autore, in quanto «Nobile Genovese» e quindi idealmente presente nell'elenco dei suoi compatrioti, ha attribuito all'elogio di Genova,22 la presenza di questa galleria di eroi è legata al motivo della Virtù individuale, perno dell'etica controriformista e motivo centrale del romanzo.
Proprio come la sfilata degli eserciti, nel poema epico, avviene davanti all'Eroe, nella Rosalinda la rassegna di personaggi celebri avviene al cospetto del conte Edemondo, che, nonostante porti impresso nell'anima il «carattere dell'Eresia», proverà sulla propria pelle che «IL Cielo giamai non lascia la Virtù senza premio, dovunque sia».23 L'itinerario esemplare del calvinista che, grazie alla Virtù personale, si converte al Cattolicesimo e ottiene la salvezza,24 si invera nella Storia,25 e viene sancito a Genova, luogo in cui umano e divino si incontrano, che il Frye definirebbe «il punto in cui il mondo apocalittico non trasposto e il mondo ciclico della natura vengono ad allinearsi, punto che chiameremo di epifania».26
Così come, grazie alle buone opere, è possibile accedere alla Grazia divina e alla salvezza, sono proprio le buone opere, prerogativa dell'individuo, non della religione o della schiatta, a costituire la Nobiltà: questo tema, strettamente in relazione alla biografia del Morando, trova largo spazio nel romanzo, ed è legato, attraverso il personaggio di Edemondo, al concetto più generale di Virtù.
Il Morando, fortemente interessato a promuoversi socialmente e ad ottenere un tanto desiderato titolo nobiliare,27 si era già occupato, in uno scritto rimasto inedito e già più volte menzionato,28 del tema della nobiltà: stabilire se la «vera nobiltà» risiedesse nella tradizione familiare, e quindi nel sangue, piuttosto che nella virtù individuale, era una questione tutt'altro che capziosa nel Seicento, età che vede «la progressiva integrazione dei gruppi più forti dell'alta borghesia mercantile all'interno della nobiltà».29 Questo scritto, che reca la dicitura «Discorso familiare di Bernardo Morando a suoi figliuoli e descendenti», è diviso in un proemio, in cui il Morando discute della nobiltà in generale, in un primo capitolo dedicato alle «Memorie degli Antenati della famiglia Moranda», in cui l'Autore parla delle origini della propria famiglia e dei rami collaterali di questa («Morandi di Ravenna», «Morandi di Bologna», «Morandi di Forlì», ecc., per arrivare, da ultimo, al proprio ramo, quello dei «Morandi di Genova», al quale è dedicato il paragrafo «Alcune Memorie più particulari e più prossime della nostra famiglia», che in un palazzo nobiliare costituirebbe la stanza dei ritratti di famiglia), e si conclude nel capitolo secondo, dedicato agli «Esempi domestici», in cui l'Autore parla dei propri genitori, dei fratelli, delle sorelle, e poi di se stesso. Il trattatello nell'edizione per cura del Tononi appare mutilo, perché l'Autore si riferisce ad un «terzo capitolo» in cui avrebbe affrontato l'argomento delle «facoltà» necessarie a nobilmente vivere.30
La conclusione a cui il genovese giunge, lo si è già in parte anticipato, è che anche se la nobiltà del sangue «dovrebbe almeno desiderarsi per quel certo che di necessità, onde i nobili son costretti a non tralignare dalla virtù, e bontà dei loro maggiori», è però altrettanto vero che «chiaramente si può dedurre vana essere, e per conseguenza non apprezzabile, quella nobiltà, che da maggiori si trae, mentre che la vera nobiltà nella propria virtù dell'animo solamente consiste».31 Dopo aver stabilito che «la nobiltà del sangue […] non è altro che un fumo, che, dallo splendore degli antenati derivato ne' discendenti, s'a ricevere da quel fumo la luce non li trova disposti, è piuttosto atto a denigrarli che a farli chiari»,32 l'Autore passa a dimostrare, in riferimento alla propria famiglia, come «arte meccanica e vile» non sia stata esercitata giammai «da sessanta e più anni in qua», una volta certificato che «nobile di sangue assolutamente può chiamarsi colui i cui maggiori per lo spazio di tre età abbiano tralasciato di esercitare arte vile e meccanica».33
Le riserve, prevedibili, riguardanti l'attività commerciale da sempre esercitata dalla famiglia Morando, vengono sciolte in questo modo:34
«Ben egli è vero che i miei padre ed avo furono mercatanti, e tali siamo ancor noi. Ma la mercatura non può chiamarsi arte vile, e meccanica, né punto deroga alla nobiltà, quando si esercita come si deve ed in quel modo, che viene esercitata da noi, anzi ella è molto profittevole, e quasi volsi dir necessaria, al mantenimento di quella, mentre è la strada più agevole per accumulare più giustamente ricchezze, senza le quali non si può nodrire, né alla sua perfezzione ridurre la nobiltà».
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La stessa tesi, sostenuta con argomentazioni che ripropongono letteralmente alcuni passi del trattatello sulla nobiltà, viene ripresa nella Rosalinda proprio per bocca di Edemondo, in una scena in cui il nobile inglese difende la famiglia di Rosalinda dall'accusa di non essere nobile. La disputa scaturisce dalla gelosia del barone Crisauro, un nobile decaduto, avido ed orgoglioso che, vedendosi rifiutare da Sinibaldo la mano di Rosalinda, cerca di dissuadere Edemondo dal desiderare a sua volta le nozze con la giovane avanzando dubbi sulla nobiltà della sua famiglia, dedita ad attività commerciali. 35
Il diverbio si inasprisce (il Morando coglie l'occasione per aggiungere, alla difesa del carattere nobile della «mercatura» già presente nel trattatello, una coda polemica contro i baroni di «fumosa e mal nodrita nobiltà», che non hanno credito di «quattro lire di sterlini», molto probabilmente riferita a inimicizie personali dell'Autore) 36 e sfocia in duello, che si risolve con la morte di Crisauro e la conseguente fuga di Edemondo dall'Inghilterra, altrimenti passibile di pena capitale.37 Costretto all'esilio per aver difeso le ragioni di Rosalinda, ma anche quelle del Morando e di tutti gli individui della sua classe sociale, Edemondo diventa dunque campione di una Virtù che non solo concerne l'aspetto escatologico della salvezza ultraterrena nell'universo ideale del romanzo, ma si carica di significati direttamente connessi con la realtà vissuta dall'Autore.
La Rosalinda, è già stato rilevato, contiene molti riferimenti alla vita del proprio Autore. Il Cremona ha notato come «la descrizione dei viaggi e delle peripezie dei vari personaggi include esattamente il periplo dei commerci dei Morando come mercanti», e conclude che «in Sinibaldo, padre di Rosalinda, […] è raffigurato l'Autore».38 Lo Schippisi, oltre a confermare l'ipotesi del Cremona, nota altri particolari: come il voto fatto in mare, durante una tempesta, di Lealdo e Rosalinda (i due devoti decidono, qualora riescano a salvarsi, di visitare a piedi nudi le sette chiese di Roma), 39 che «richiama alla mente la vissuta esperienza dello scrittore che durante la peste del 1630 fece quei voti cui prima si accennava».40
A questi elementi sono da aggiungere, per esempio, i masnadieri che, d'accordo con Dipsa e Scaltrino, tendono un agguato all'imprudente Flerida durante un viaggio notturno attraverso un bosco:41 oltre ad appartenere alla tradizione del poema cavalleresco prima e del romanzo avventuroso poi, simili banditi compaiono in uno scritto di Gian Vincenzo Imperiale, che è il resoconto di un viaggio compiuto nel 1635 proprio per andare a trovare i Morando in Piacenza: «E mentre si ragionava del nostro viaggio, s'intese che fra i stati circonvicini a Piacenza v'abitavano masnadieri, che non contenti di furar a' viandanti la robba, a lor piacere toglievanli la vita». E ancora: il viaggio e la permanenza di Leandro a Messina, di cui si è parlato poco sopra in questo stesso capitolo, ha l'esatto riscontro in una lettera del Morando, indirizzata al «Sig. Agostino Morando Cavalliere di Malta», mediante la quale l'Autore invita il destinatario, che doveva compiere un viaggio da Ravenna a Malta passando per Messina, a servirsi, lungo il tragitto, di «Giuseppe Morando suo cugino», ivi residente.42
L'elenco potrebbe continuare con altri particolari, anche se una eventuale ricerca in questa direzione partirebbe dall'ovvio presupposto che buona parte di questi riferimenti 'puramente non casuali' a persone e fatti realmente accaduti sono confinati nell'impossibilità di ricostruire dettagliatamente l'ambiente circostante all'Autore, ovvero gli aneddoti, le singole persone, eccetera. Scoprire che, in base a determinate corrispondenze, il Morando ha inteso mascherare la sua figura dietro questo o quell'altro personaggio, aggiunge sicuramente un elemento di colore al romanzo, ma, a nostro avviso, distoglie l'attenzione dall'aspetto sostanziale, ossia dal messaggio che questi particolari, tutti insieme, concorrono ad esprimere: Bernardo Morando non è solo adombrato in Sinibaldo, ma nell'idea, sottesa all'intero romanzo, del conseguimento del «premio» - che può essere la conversione per l'eretico o l'infedele, lo stato nobiliare per il borghese, la fama per lo scrittore - ottenuto mediante l'esercizio della Virtù.
Il fatto che anche il mondo turco possa vantare casi di virtù individuale e «forme culte e raffinate di vita» non necessariamente significa che il Morando, invece di avere lo spirito del crociato, abbia quello del «viaggiatore di commercio incline al compromesso»; 43 nel mondo ideale e artificioso che la Rosalinda intende rappresentare, vengono risolte, sul piano letterario, le contraddizioni imposte dalla realtà, e più che di compromesso sarebbe corretto parlare di compresenza: così come, dal punto di vista ideologico, possono coesistere, insieme alle comunità dei Fedeli e degli Infedeli, casi di virtù individuale, altrettanto, ad un livello più personale, la stessa Virtù che fa da guida negli «affari del Mondo» può condurre alla «Patria Celeste».
Il Morando, che tanto aveva brigato per migliorare la propria posizione sociale, concluse la propria vita con la scelta di diventare sacerdote: l'idea che il romanzo sia, fatto salvo l'impianto ideologico di matrice controriformista, un monumento alla propria classe sociale e la testimonianza di un iter personale, è confermata dalla presenza di quello che si può definire un «doppio finale», che sana, sul piano letterario, la contraddizione fra impegno mondano e impulso alla trascendenza vissuta dall'Autore in prima persona. L'esito della vicenda principale, ovvero il fatto che Rosalinda e Lealdo, in seguito alle esperienze vissute, anziché convolare a giuste nozze scelgano la via del convento, è compresente al matrimonio, tutto mondano, di Emilia ed Edoardo. La loro storia verrà raccontata da Emilia, cugina di Rosalinda, nel Libro VIII, dopo un incontro fortuito fra le due nei pressi di Roma:44 la narrazione, che altro non è che una versione speculare dell'amore contrastato di Lealdo e Rosalinda, un romanzo nel romanzo, ha per protagonisti Emilia, che si è detto essere cugina di Rosalinda, ed Edoardo, cugino, manco a dirlo, di Lealdo. Il Libro X li vedrà, con il racconto dei fatti intricati che precederanno le loro nozze, in primo piano: nozze che, è superfluo dirlo, avverranno in Genova, e condurranno i due ad abitare il palazzo apprestato per Rosalinda e Lealdo e ad occuparsi del patrimonio di famiglia, salvando così, insieme alla componente spirituale, l'interesse da sempre mostrato dal Morando per le cose del Mondo.
Note
1. Cfr. D. CONRIERI, Il romanzo ligure dell'età barocca, «Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa», s. III, vol. IV, 3, 1974, p. 1040.
2. Cfr. G. C. ARGAN, L'Arte Barocca, Roma, Newton Compton, 1989, p. 45: «La qualità fondamentale del monumento è la sua ragione e funzione rappresentativa: il monumento ha sempre un contenuto o un significato ideologico, e poiché sta a rappresentare la stabilità di certi valori ideali, è sempre espressivo di un principio d'autorità e del suo fondamento storico».
3. Cfr. G. C. ARGAN, L'Arte Barocca, op. cit., p. 46.
4. Vedi Introduzione, p. XVIII e segg.
5. Cfr. E. CREMONA, Bernardo Morando. Poeta lirico, drammatico e romanziere del Seicento, «Bollettino storico piacentino», XXIX, Piacenza, 1960, p. 77.
6. Cfr. D. CONRIERI, Il romanzo ligure dell'età barocca, op. cit., p. 1041: «La mescolanza fra l'emento borghese e quello nobiliare è nella Rosalinda anche più stretta di quanto non sia apparso al Cremona: non solo per la presenza, accanto a personaggi di estrazione commerciale, di personaggi di estrazione aristocratica; ma perché sostanzialmente comuni alle due classi sono le concezioni e gli interessi sociali e il codice di comportamento che ne deriva».
7. Il Morando insiste molto su questo punto: nello specificare con dovizia di particolari l'iter formativo di Rosalinda, mette in evidenza che l'educazione può diventare una seconda natura mediante la metafora dell'allattamento, che nel romanzo, per la sua ricorrenza, diventa un motivo fondamentale: vedi Ros., I, 42-43 e nota 155.
8. Per esempio Sinibaldo, padre di Rosalinda, che aveva progettato di partire e trasferirsi a Genova, sua terra d'origine, onde evitare i pericoli che sarebbero sorti in Inghilterra a danno dei cattolici a causa della guerra civile, «Aveva, con tal disegno segreto, […]rimesso alle Fiere già di Piacenza, hora di Nove, per varie lettere, somme notabili de' suoi denari, ed inviate a Genova su varie Navi quantità non picciola di ricche Merci. N'avea fatto l'indirizzo a varî suoi Ricorrenti di quella Piazza; al più confidente de' quali avea appoggiata di più la cura di apprestargli con segretezza entro di Genova un ben agiato Palazzo» (vedi Ros., I, 52 e note relative); ancora Sinibaldo, necessitato a partire, si preoccuperà di «far girare» a nome di Teodosio, padre di Lealdo, tutti quei beni immobili che non riuscirà a portare con sé dall'Inghilterra (vedi Ros., I, 59, nota 211); Alonso di Guevara, «gran Negoziante Spagnuolo» residente in Alicante, grande amico e «ricorrente» di Sinibaldo, giunto a Londra col suo vascello per «affari suoi non leggieri», metterà a disposizione la propria imbarcazione per trasportare una parte delle facoltà del padre di Rosalinda fuori dall'Inghilterra (vedi Ros., I, 52), e, una volta giunto in Alicante, manderà Isnardo, un proprio agente, «a Genova con alcune cassette di reali, verghette d'oro e fila di perle, per farne impiego in panni di seta ed altre merci appropriate alla Spagna» (vedi Ros., III, 26). E ancora Teodosio «Fe' rimettere a Roma somma considerabile di moneta, che, impiegata in tanti Luoghi di quei Monti che sono fertili d'aurea messe, poté supplire al convennevole mantenimento de i novelli Cristiani Barbara, Roberto e Tecla, i quali aiuto così efficace e sì fido avean prestato […] a Rosalinda e a Lealdo» (vedi Ros., X, 102).
9. Per esempio, fallita la prima fuga da Tunisi dei protagonisti (la fusta di Draganutte/Gusmano, con a bordo Lealdo, Rosalinda, Violante, il di lei nipote Leandro e la moglie Dorisba era stata intercettata dalla flotta del turco Amuratte, il quale lasciò liberi gli uomini e trattenne le donne, con promessa d'ucciderle qualora non avessero fatto ritorno, di lì a un mese, con informazioni utili alla guerra di Candia: vedi Ros., V, 83-89) e approdati a Maiorca, Lealdo, ivi trattenuto da una malattia, aveva mandato Leandro a Genova, dal padre Teodosio, dal quale avrebbe dovuto procurarsi «lettere di raccomandazione e di credito» da esibire ad Ormando, «nobile Messinese, oriundo da Genova, stretto Parente e più stretto Amico della sua Casa», che in tal modo avrebbe ospitato Leandro a Messina dove sarebbero stati raggiunti da Lealdo una volta guarito (vedi Ros., VI, 21-23), ed indi partiti alla volta di Candia a riscattare le donne tenute prigioniere.
10. Vedi Ros., II, 28.
11. Vedi Ros., III, 2-3.
12. Vedi Ros., III, 9-17.
13. Vedi Ros., III, 63-64.
14. Vedi Ros., IV, 45.
15. Vedi Ros., IV, 44.
16. Vedi Ros., IV, 44-71.
17. Cfr. F. NIETZSCHE, Sull'utilità e il danno della storia per la vita, Milano, Adelphi, 1998, p. 17: «Che i grandi momenti nella lotta degli individui formino una catena, che attraverso essi si formi lungo i millenni la cresta montuosa dell'umanità, che per me le vette di tali momenti da lungo tempo trascorsi siano ancora vive, chiare e grandi - è questo il pensiero fondamentale di una fede nell'umanità che si esprime nell'esigenza di una storia monumentale».
18. Vedi Ros., VII, 78-104.
19. Vedi Ros., VII, 105-114. Il Morando nomina, fra gli altri, Ansaldo Cebà, Angelo Grillo, Gabriele Chiabrera, Agostino Mascardi, l'Imperiale, il Brignole-Sale, il Marini, e addirittura un poeta dialettale, Gian Jacopo Cavalli. Ivo Da Col fa notare come, in questa rassegna esaustiva, manchi del tutto ogni riferimento all'Assarino, in ragione di una netta presa di posizione ideologica nei confronti di un certo modo di rapportarsi alla letteratura, quello degli «avventurieri della penna» (cfr. I. DA COL, Un romanzo del Seicento: «La Stratonica» di Luca Assarino, Firenze, Olschki, 1981, p. 168).
20. Vedi Ros., IV, 69.
21. Vedi Ros., VII, 103.
22. Per questa ipotesi, vedi Introduzione, p. XVIII e segg.
23. Vedi Ros., II, 49.
24. Vedi Introduzione, p. XXIX e segg.
25. Vedi Introduzione, p. XLIII e segg.
26. Cfr. N. FRYE, Anatomia della critica. Teoria dei modi, dei simboli, dei miti e dei generi letterari, Torino, Einaudi, 1969, p. 270.
27. Vedi Introduzione, p. IX e segg.
28. Cfr. B. MORANDO, Della nobiltà secondo Bernardo Morando, a cura di A. G. Tononi, «Giornale Araldico-Genealogico-Diplomatico», VII, fasc. 7-8, Pisa, 1882. Il trattatello, secondo il Tononi, è del 1640. Nonostante sia rimasto inedito fino al tardo Ottocento, il Cremona afferma che «fin dai suoi tempi [di Morando] se ne conosceva l'esistenza dagli scrittori di cose letterarie» (cfr. E. CREMONA, Bernardo Morando. Poeta lirico, drammatico e romanziere del Seicento, «Bollettino storico piacentino», XXIX, Piacenza, 1960, p. 34). Il Morando compose questo scritto per inviarlo ad un amico, che in Genova stava preparando il registro delle famiglie nobili: cfr. B. MORANDO, Lettere di Bernardo Morando scritte a principi, a cavaglieri, a letterati, ed amici. In occasione di complimenti, di belle lettere, e di simili altri soggetti, manoscritto conservato presso la Biblioteca Palatina di Parma, Ms. Parm. 298, p. 222 e segg., in cui sono contenute tre lettere indirizzate al «Sig. Ludovico Morandi» di Verona (datate rispettivamente 1 settembre, 10 settembre e 13 ottobre 1639), allo scopo di ringraziarlo per le informazioni da lui fornite riguardo ai Morandi di Verona.
29. Cfr. V. DE CAPRIO, Aristocrazia e clero dalla crisi dell'Umanesimo alla Controriforma, in Letteratura italiana, a cura di A. Asor Rosa, vol. II, Produzione e consumo, Torino, Einaudi, 1983, p. 309.
30. Cfr. B. MORANDO, Della nobiltà secondo Bernardo Morando, op. cit., p. 202.
31. Cfr. B. MORANDO, Della nobiltà secondo Bernardo Morando, op. cit., p. 189.
32. Cfr. B. MORANDO, Della nobiltà secondo Bernardo Morando, op. cit., p. 190. Fonte diretta è Seneca: cfr. SENECA, Lettere a Lucilio, XLIV, 5: «Non facit nobilem atrium plenum fumosis imaginibus; nemo in nostram gloriam vixit nec quod ante nos fuit nostrum est: animus facit nobilem, cui ex quacumque condicione supra fortunam licet surgere».
33. Cfr. B. MORANDO, Della nobiltà secondo Bernardo Morando, op. cit., p. 202.
34. Cfr. B. MORANDO, Della nobiltà secondo Bernardo Morando, op. cit., p. 202.
35. Vedi Ros., II, 21-29.
36. Vedi Ros., II, 28, in cui Edemondo, e con lui il Morando, si rivolge all'avversario con questa parole: «Onde non istimo men nobile Sinibaldo Negoziante di ciò ch'io stimi non pochi de' nostri Baroni Inglesi: i quali, con tutta la loro fumosa e mal nodrita Nobiltà, non avendo credito di quattro lire di sterlini, tengono a vile que' Negozianti che possono tragittare col credito e con l'effetto da una ad altra Provincia il valore di ricchissimi Patrimonî e di Stati intieri epilogati in due dita di carta. E mi rido d'alcuni che, biasimando quelli che fan grossi partiti di denari co' Principi, Compagnie di Negozî con huomini di gran fede e trafici opulenti di ricchissime Merci, mediante i lor Ministri, con nobiltà e con decoro, non si vergognano poi di far eglino partiti e Compagnie Rusticane, e traficar essi proprî nelle loro Castella, per non dire ne' Mercati publici, animali immondi de' loro armenti, lane succide di loro mandre ed altre Merci più vili, con ingordigia e sovente con sordidezza».
37. Vedi Ros., II, 32-37.
38. Cfr. E. CREMONA, Bernardo Morando. Poeta lirico, drammatico e romanziere del Seicento, «Bollettino storico piacentino», XXIX, Piacenza, 1960, p. 77.
39. Vedi Ros., IX, 49.
40. Cfr. R. SCHIPPISI, Nuove prospettive per una lettura di Bernardo Morando, «Archivio storico per le provincie parmensi», XXXV, 1983, pp. 171-172. Il testo dei voti fatti dalla famiglia Morando è contenuto in: E. CREMONA, Bernardo Morando... , op. cit., pp. 84-86. Da queste pagine emerge che lo speciale culto di Rosalinda verso il Rosario e la Madonna, oltre a conferire, come si è visto sopra, una peculiare connotazione ideologico-religiosa al romanzo, era anche una pratica usuale della famiglia Morando.
41. Vedi Ros., II, 87-89.
42. Cfr. B. MORANDO, Lettere di Bernardo Morando... , Ms. Parm. 298, p. 141. La lettera, ossequiosa e formale, data 26 giugno 1641.
43. Cfr. AA.VV., Romanzieri del Seicento, a cura di M. Capucci, Torino, UTET, 1974, p. 45.
44. Vedi Ros., VIII, 53-97.