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Trascrizione del Libro Primo
LA R O S A L I N D A
DI B E R N A R D O
M O R A N D O
L I B R O P R I M O.
- La Gran Bertagna, che gran teatro di Catolica Fede fu ne' secoli trapassati ed hora, oh sciagura de' nostri! è sentina esecrabile d'Eretica perversità, fremeva, in sé divisa, tra fiamme orribili di guerra atroce, suscitata tra il suo Re Carlo Primo e il Parlamento dell'Inghilterra.
- Lievi sospetti che il Re alla Catolica Romana Fede fosse inclinato si andarono a poco a poco sì fattamente avanzando nelle menti perverse de gli Eretici pertinaci che valsero in fine a sollevare, sotto varî pretesti, tutte le membra di quel gran Corpo contra il suo Capo. Quindi ponendo in iscompiglio tutti e tre i Regni d'Inghilterra, di Scozia e d'Irlanda, apersero il campo a tragico fine di riguardevoli Personaggi, a fiere sedizioni di Popoli tumultuosi, a battaglie Campali, ad oppugnazioni di Fortezze, a saccheggiamenti di Città, ad uccisioni, a stragi, a ruine, ed alla più strana e miseranda catastrofe nella Persona Reale che mai rappresentassero tragiche Scene.
- Così DA lieve scintilla sorge tallora fuoco sì grande che, crescendo in vasto incendio, riduce in cenere ogni gran Mole. Ed UN picciolo Ruscelletto, che scaturisce umile da rupe alpestre, cresce tallor cotanto, col tributo di ben mille altri e col favor della pioggia, che poi, scorrendo gonfio e superbo, domina le Campagne, tragge seco gli armenti, sbarba le piante, atterra i Villerecci abituri, cozza co' superbi edificî, e non ha incontro d'argine o di riparo che gli resista.
- Arrivò a tale la tracotanza del Parlamento che, per deprimere la Regia auttorità, fece primieramente arrestare il Conte di Strafford, Vice Re d'Irlanda, il più fedele, il più caro Ministro del Re, anzi l'unico suo Favorito, il suo Acate: e processatolo Dio sa come, lo condannò con sentenza di morte, la quale, ad onta del Re istesso, publicamente fu eseguita. Tolse l'armi a' Catolici: divulgò male opinioni, falsamente, di quelli: pose in ceppi il Confessore della Regina: ordinò lo scacciamento de' Padri Capuccini dal Regno: fe' incarcerare l'Arcivescovo di Contuberì e non pochi altri de' più stimati Personaggi del Regno, i più stretti nella grazia del Re o i più aderenti alla Catolica Religione, contro de' quali formò, con più che rigorosa inquisizione, Criminali processi, ed eseguì capitali sentenze. E dopo avere, con mendicati pretesti, la Regia auttorità quasi distrutta, proseguì la persecuzione con termini così insolenti che fu astretto il Re Carlo di fuggire, quasi ramingo, dalla sua Reggia. De' più fedeli alla Corona, altri lo seguitarono favorevoli apertamente con l'armi, altri rimasero ad osservarne la riuscita; ma il maggior numero fu delle Città sedutte dal Parlamento e de' Popoli sollevati, che s'armarono contro di lui.
- Con varî successi, che per lo più al Regio partito furono avversi, come che LA Fortuna non è sempre compagna della Ragione, continuò quella fierissima guerra Civile sino a dare al Mondo il più barbaro esempio di parricidio esecrando in Persona Reale che mai le antiche non che le nuove Istorie ci abbian lasciato. Udimmo già con meraviglia ed orrore che un Cesare, primo Imperator de' Romani, dopo vinta la Francia e la Spagna, domata l'Inghilterra e la Scozia, superata l'Africa, debellato l'Egitto, soggiogata l'Asia minore, il Ponto e tante altre vaste Provincie, alla fine da' suoi più cari fu a colpi di pugnalate ucciso miseramente in Senato. Abbiam letto che molti de' successori di lui, e tanti altri Monarchi, Re e Principi grandi, da violenta mano assaliti e trucidati, rimasero infelice trofeo d'insidiosa congiura. E chi può raffrenare l'impeto furioso di congiurata rebellione, ch'in un medesimo tempo muova, assalisca, atterri, uccida?
- Ma non s'intese giamai che un Monarca, da' suoi Sudditi fatto prigione, e con maturo e lento, ma perverso consiglio, sottoposto a' tribunali, posto in giudicio, constituito reo e sentenziato alla morte, abbia lasciato sotto il ferro inevitabile d'un Carnefice vile miseramente la vita.
- Esempio tale, unico al Mondo, abbiamo a questi giorni veduto nella Regia Persona di Carlo Primo: a cui nella stessa Piazza che fu teatro sovente alle sue glorie, sovra d'un Palco che doveva essere obelisco de' suoi trofei, fatto spettacolo miserabile ma non già commiserato a' suoi Sudditi, che già tremavano a' cenni suoi, fu troncato dal fiero colpo d'un Manigoldo il Regio capo dal busto, non che il Regio diadema dal capo.
- Le circostanze di sì funesta tragedia e gli strani accidenti di guerra così ostinata, che ferve ancora tra il Re Carlo Secondo, erede del nome non dello Scettro Paterno, e 'l Regno istesso, ch'a lui giustamente dovuto, hor di Republica s'usurpa il nome, porge a gli eruditi Scrittori de' nostri tempi copiosa materia di memorabile Istoria. La mia penna tant'oltre non ispiega il volo: quel poco solamente n'accenna che, successo nel corso di pochi anni precedenti alla morte del Re, può servire al Racconto d'Avvenimento Amoroso che originato da questi moti ho intrapreso a spiegare.
- Dopo che la Regina Enrichetta Maria, veduto il Regno tumultuante, il Re fuor uscito e se stessa in pericolo, si trasferì nel mese d'Aprile del 1642 in Zelanda condotta dal Cavalier Penighton, Ammiraglio del Mare, ed indi passò in Haia presso al Principe d'Oranges, il Re quasi profugo passò a Grenvis, indi a Tibols, di là a Neumarchet, e finalmente a Iorch, distante ducento miglia da Londra, ove fermò qualche tempo sua residenza. Ivi formata sua guardia di cinquecento Nobili, sotto il com[m]ando del Conte di Comberland, raccolse un picciolo Esercito di quattro mila Soldati e si portò sotto la Piazza di Huls, il cui Governatore, Cavalier Hotan, gli si era poco prima dimostrato rebelle. Sperò il Re con l'acquisto di questa Piazza, ch'era il principale ridutto di tutte le armi ed attrezzi militari del Regno, assicurare il suo partito e vincere in breve tempo la guerra. Ma la Fortuna, ch'aveva intrapreso a deprimerlo, non così presto volle pentirsi: difesa e soccorsa la Piazza, fu il Re costretto a ritirarsene.
- Intanto il Conte d'Essex, Gran Ciamberlano, che dal Re era stato privato di quella carica, fu dal Parlamento dichiarato Generale dell'armi, con ordini e provvisioni bastanti a formar un Esercito di trenta mila Combattenti e muovere tutte le forze contra il Re istesso, che già s'era d'armi e di gente gagliardamente ingrossato.
- Nel primo incontro di battaglia successo in vicinanza di Wooster e in varî altri avvenimenti guerrieri arrise Marte all'armi Regie, sin tanto che, la fierezza del Verno interpostasi tra la fierezza de' Combattenti, diede luogo alla tregua.
- Ma appena il Sole, nell'oblìco viaggio del Zodiaco, vibrò nel Cielo sul vello d'oro al Montone di Friso e d'Elle luminosi raggi nuncî di Primavera, che lampeggiarono in Terra per tutta l'Anglia i luminosi acciari nuncî di guerra. Appena il suolo cominciò a dispogliarsi, vestigia triste del Verno, i duri Usberghi di ghiaccio per aprir la Campagna all'erbe, a i fiori, che gli animosi guerrieri dell'uno e dell'altro partito vestirono d'Usbergo il petto per aprire nuova Campagna a bellicosi Cimenti.
- Così appunto nel primo ingresso del vago Aprile, il Conte d'Essex, sollecitato dal Parlamento, uscì dalla Città di Vindsor, ch'era stata suo quartiere del Verno, e con florido Esercito alla nuova Campagna diede principio. Portossi con celerità sotto Reding, Piazza considerabile situata in sul fiume Tamigi, difesa da fortificazioni de' quali nuovamente l'avea guernita il Cavalier Haston, ch'a nome Regio n'era Governatore.
- Non appena fu giunto, che la cinse di stretto assedio; ed informato che, se ben fornita soprabbondantemente di monizioni da guerra, scarseggiava però di viveri, e che dal Re non potea giungerle opportunamente il soccorso, pensò di assalir con la fame quelli che forse indarno averebbe assaliti col ferro. Per tanto, compita la linea di circonvallazione, armati i posti e proveduto buon ordine contro le sortite che potessero farsi, se ne stava nel rimanente ozioso, aspettando che il Tempo non ozioso giamai e la Fame sempre importuna combattesser per lui.
- In questo mentre alcuni Giovani Cavalieri di Camerata del Generale, discorrendo un giorno nel Padiglione di varie materie, che per lo più erano d'armi, come alla congiuntura del tempo; o d'amori, come all'età loro si conveniva, vennero in disputa: Se al Guerriero fosse lecito il prender Moglie. Ed avendo l'affermativa dopo varî discorsi avuta la sentenza in favore, caddero dal primo in quest'altro Problema: Se nella Moglie da eleggersi è meglio che soprabbondi la Bellezza, o l'Ingegno, o la Dote, quallora unite queste tre condizioni in grado eminente non vi si trovano.
- Parlò il primo un tal Cavaliero, giovane d'anni, bizzarro di spirito, Ermosindo di nome, così dicendo:
- A me pare, Signori, con vostra pace, che il cercar in Donna molte ricchezze dipenda da animo intemperato, e il pretendervi Ingegno grande derivi da Ingegno debole. Il proprio carattere e l'unica prerogativa della Donna non è altro che la Bellezza. Questa è l'arme ch'a lei diede Natura, come diede l'arditezza al Leone, il volo all'Aquila, la velocità al Leopardo, la vastità all'Elefante, l'Ingegno all'Huomo. L'Ingegno Feminile non passa la conocchia e 'l fuso, e, quallora è più eminente, arriva sino all'esercizio dell'ago. Di quanto prevale il più timido Leone al Coniglio più coraggioso nell'ardimento, l'Aquila più tarda all'Anitra più espedita nel volo, il più lento Leopardo alla Testudine più veloce nel corso, e il più picciolo Elefante alla più gran Formica nella statura; di tanto l'Huomo più sciocco alla Donna più saggia nell'Ingegno precede. Quindi è che i Poeti, i quali sotto la scorza di nude favole ascosero misteriosi pensieri, finsero che Paride, Giudice eletto da Giove istesso nella famosa lite fra le tre Dive di sua Famiglia, pronunciasse la sentenza a favor di Venere, Dea della Beltà, contra Giunone e Pallade, che furono stimate Dive questa dell'Ingegno, quella delle Ricchezze. Ed in fatti, cosa in sé che desiderabile sia fuori della Bellezza non ha la Donna; onde è sforzata a comprarsi il Marito co' tesori di ricca Dote: ché se anche di questa poca e fuggitiva bellezza fosse spogliata, non averebbero sì gran tesori le miniere dell'Indie che fossero sufficienti a dotarla. Ma il Cielo provido la fece bella affine che non fosse dall'Huomo così abborrita che l'Humana specie s'annichilasse.
- Conchiudasi dunque che l'eccellenza della Bellezza deve nella Donna principalmente considerarsi, come l'apparente vaghezza sola si considera ne' Tulipani, nelle Peonie, ed in altri sì fatti fiori che servono a pompa de' Giardini, e non rendono sapor di frutto né fragranza d'odore. Sentite appunto come ben si ad[d]atta al mio pensiero uno scherzo giudicioso d'Italica Poesia:
IN FAVORE DELLA BELLEZZA.
Contro la Dote e l'Ingegno Feminile
PARADOSSO.
GIOVANI vaghi,
Fuggite Amore,
Che non v'impiaghi.
A morte il core:
Fuggite Venere,
Ch'il cor in cenere
Vi ridurrà.
S'amor non reo
Pur vi lusinga,
Seco Imeneo
L'alma vi stringa:
Suo laccio è nobile,
Ritegno immobile
De l'Onestà.
MA saggi, accorti,
Sposa fuggite
Ricca, che porti
Sol fasto e lite.
D'ORO a la gloria
Contesa e boria
Unita va.
SPOsa saccente
Né men sia tolta;
Donna prudente
Due volte è stolta:
L'error si gemina,
Virtute in Femina
Vizio si fa.
SIA vaga e bella,
Ciò sol curate:
Femina è fella
Senza Beltate.
Questa è pregiabile:
Altro d'amabile
Donna non ha.
Fu lodata la Canzonetta come capricciosa, non come ragionevole, fuori che nel principio. Alcuni soghignando si prendevano gioco delle ragioni apparenti di Ermosindo; altri crollando il capo mostravano non assentirvi; ed altri fremendo si preparavano a difendere il nobilissimo sesso Donnesco. Ma prevenne tutti il Cavalier Sennuccio, ch'era de' principali, acquetando il bisbiglio con questo dire:
- Io certamente arei creduto, oh Cavalieri, che disputabile punto non fosse la materia proposta. Qual è tra noi, per mia fé, che, ponendo in aringo la Bellezza Feminile e la Dote, che di Natura e di Fortuna son doni, con l'Ingegno, ch'è don del Cielo, non desse a favor di questo liberamente il suo voto? L'INGegno è dote dell'Anima Ragionevole, con cui l'Intelletto fa le sue operazioni, e senza il quale l'Anima Humana non si distingue dalla Ferina. E vi sarà chi 'l pareggi e forse chi lo posponga all'Oro, feccia vil della Terra, e alla Bellezza, preda fuggitiva del Tempo?
- Volea seguire, ma l'interruppe Ermosindo. Piano, gli disse, non son io così cieco che non iscorga di quanto senza paragone prevaglia sì gran dote dell'animo alle altre doti; ma ben diss'io che l'Ingegno è dell'Huomo, non della Donna.
- Intesi (ripigliò Sennuccio), ma mi diedi a credere che voi scherzaste. Come? Non ha forse la Donna Ingegno atto non dirò solamente al governo Economico, che par suo proprio, ma insieme anche al Politico e al Militare? E che altro vollero gli antichi saggi darci ad intendere in Pallade uscita dal capo di Giove, Dea della Sapienza e dell'Armi? E quali esempî non ci tramandarono le antiche carte, e non ci confermano le moderne, di Donne in armi e in lettere egregiamente famose? Non vi rammenta di Semiramide, Regina de gli Assirî, la quale avendo nuova, in pettinarsi le chiome disciolte ancora, che Babilonia s'era ribellata al suo Impero, non prima volle frenar la chioma col nastro che non avesse frenata la ribellione col ferro? Ciro, quel gran Monarca de' Persi, non depose le vincitrici sue palme a' piè di Tomiri, Regina de' Massageti, che in vendetta dell'ucciso Figliuolo mandò lui e ducento mila de' suoi a fil di spada, privandolo e di Regno e di vita? Che non fecero armate in campo Zenobia, Imperatrice de' Palmireni, Pantasilea, Regina delle Amazoni, Velasca de' Boemi, Teuca delli Schiavoni, Amalasunta de' Goti, con altre mille? Nelle lettere chi non ammira Safo, Corinna, Aspasia, Manto, Carmenta, ed una lunga schiera d'altre infinite? Troppo vi tratterrei col racconto di tutte quelle che con la spada si apersero il varco, o con la penna presero il volo alla sommità della gloria. E sarà chi creda che gloria senza ingegno possa acquistarsi? e che il sesso Donnesco al nostro ceda punto di nobiltà e di pregio? Di grazia, Signori, non veniamo al paragone, che, a dirla qui tra di noi, ove non è Donna che senta, forse forse sariamo dalla ragione costretti a ceder loro, se dalla nobiltà della materia e del luogo volessimo argomentare. E chi non sa che il primo Padre comune fu di vil fango nel campo Damasceno creato, e la primiera Donna, Madre di tutti, da una costa di lui nel Paradiso delle delizie trasse la vita? Quindi è forse che non senza ragione diamo lor sempre, come a più degne, la precedenza de' luoghi e i primi onori. Ma se ciò per riputazione del nostro sesso vogliam tacere, concediamo almeno che abbiano ingegno e virtù a noi punto non disuguale, e conchiudiamo alla fine: CHE, poco curando la Bellezza e men la Dote, l'Ingegno principalmente, da chi ha ingegno, deve nella Donna considerarsi. E poiché Ermosindo volle sigillare la sua opinione con versi Italiani, io vuo' seguire le sue pedate. Sentitene un altro scherzo di chi non scherza:
IN FAVOR DELL'INGEGNO.
Contro la Bellezza e la Dote.
BELTÀ che vale,
Se lieve e frale
Sfuma qual nebbia al vento?
CHE val tesoro
Di gemme e d'oro,
Se chi n'abbonda più men n'è contento?
BELlezza è fiore,
Che langue e mòre
Allor ch'appena è nato.
È fior: ma doglie
Son le sue foglie;
È fior: ma sotto il fior l'angue è celato.
RICchezza è frutto
Che d'oro è tutto,
E gran splendore arreca;
Ma chi lo prende
Col gusto offende,
Col peso opprime, e con la luce accieca.
TUTT'altro è vile:
Un cor gentile
Dona a Virtù la palma;
Certa Ricchezza,
Vera Bellezza,
È il tesor de l'Ingegno il bel de l'Alma.
Amor, se vuoi
Che a' colpi tuoi
Söavemente io caggia,
Dammi Pulcella
E ricca e bella;
Ma bella e ricca fia quando fia saggia.
- Il Cavalier qui tacque; e poté tanto la forza della Verità in difesa della Virtù che, dopo qualche repliche d'Ermosindo e qualche motivi d'altri ben pochi, tutti concorsero nel suo parere fuori d'un solo. Questi fu Crisauro, un Barone che, vantandosi d'antica nobiltà ne' suoi Natali, si rendeva ignobile ne' suoi costumi; più stimato per la copia delle sostanze ereditate da' suoi che per sostanza di meriti acquistati da sé. Egli, di sua natura quanto avaro nel dare prodigo altrettanto nel dire, fece in biasimo delle Donne una lunghissima diceria indegna di essere registrata in questi fogli. Si pose poscia in aringo contra le ragioni del Cavalier Sennuccio. Si rise del governo de' Regni e de gli Eserciti attribuito alle Donne, affermando, con modi assai bassi a misura dell'animo suo: che la loro Politica non eccede il governo di una Cagnoletta da tenersi nel grembo, o, quando è più eminente, di due o più; che le maggiori loro battaglie si forniscono con le rampogne e i clamori, e, quando sono più accese, con le scarmigliature e pianellate. Mostrò che gli encomî de gli Scrittori a favor di molte sono favole di Poeti, sogni di Romanzi o adulazioni d'Istorici effeminati. E se pur qualch'una fu mai degna di fama, che più in quella prevalse il Vizio che la Virtù. Toccò tutte quelle ch'erano state addotte in prova di valore nell'armi o nelle lettere da Sennuccio. Allegò essere state Semiramide e Tomiri due mostri, quella d'incestuosa libidine, questa di barbara crudeltà; Zenobia pusillanime, superata in guerra e condotta in trionfo da Aureliano; Pantasilea traditrice, uccidendo alla caccia una propria sorella con l'arco; Velasca sanguinaria perturbatrice della Boemia, sollevando tutte le Donne col proprio esempio ad uccidere i lor Mariti; Teuca violatrice della ragion delle Genti, dannando a morte gli Ambasciatori Romani; Saffo priva di senno, poiché in vece d'acquistar vita dall'acque d'Ippocrene, da lei gustate per desiderio di gloria, acquistò morte dall'acque di Leucade, tra le quali s'immerse per amor di Faone. Non lasciò alcun'altra di quelle Stelle di gloria in cui più di macchia che di luce non ravvisasse. Indi confermando la primiera opinione di Ermosindo, che la Bellezza è il maggior pregio che in Donna sia, aringò poi contro la Bellezza medesima, mostrando che bellezza alcuna in Donna non si ritrova, ma che tale vien falsamente supposta nel capriccio de' folli Amanti, e cercò di provarlo con tai sofismi:
- Se bella (diss'egli) Donna alcuna si ritrovasse, quella per tale sarebbe giudicata da tutti, come avviene nel giudicio della luce, non essendovi chi non confessi lucide le Stelle e lucidissimo il Sole. Ma della Feminile bellezza troppo varî sono i giudicî. Una guancia vermiglia, una chioma bionda, un occhio nero sembrerà a molti perfezzione, che difetto da altri sarà stimato. Questi maggiormente s'invaghiranno d'un volto pallido, d'un nero crine, d'un occhio azzurro. Lo stesso può dirsi nella varietà delle proporzioni, de i lineamenti, e di tutte quelle altre parti che potriano constituir la Bellezza, s'ella vi fosse. Ma Bellezza non v'è che imaginaria. E pure dalle parti imaginate di quella si chiamano scioccamente gli Amanti feriti al cuore. Anzi è tanto vana questa fallace imaginazione che l'Amante affascinato dalla propria fantasia stima bene spesso eccessi di bellezza i difetti medesimi. Predica, d'un bruno volto, non solamente che il bruno il bel non toglie, come disse quel gran Poeta, ma che quegli ebani vincono di bellezza gli avorî, e che begli occhi in volto moro sembrano due Stelle in Notte oscura. Qual cosa è più lontana dalla bellezza che una bianca pupilla in viso giallo? e pur questa a tal uno parerà l'Alba, che spunti candida nell'Oriente già fatto rancio da i vicini raggi del Sole. In Donna in cui tramonti con l'età la bellezza, altri commenda, più che i vezzi e gli scherzi, gli atti gravi e maturi: e dalle crespe rugose di quella fronte maggiormente sente infiammarsi, quasi da Sole che tra le nubi maggiormente riscaldi. Se l'Amata cieca è d'un occhio, dice che lo chiuse a bell'arte, perita Arciera, per ferir meglio con l'altro: e che nel Cielo di quel bel viso più splende un Sole che non splendono due Stelle altrove. S'ella è cieca affatto la rassomiglia ad Amore, da cui deriva il suo foco; s'è calva alla Fortuna, da cui dipende il suo bene. S'eccede nella statura la chiama un colosso d'Amore; s'è Nana gli sembra un'abbreviatura della Bellezza. In ristretto, a chi ama ogni macchia sembra ornamento, ogni neo un raggio, ogni difetto un vezzo, ed una istessa ad alcuno sembrerà una Ninfa, una Dea, che da altri sarà stimata una furia, un mostro.
- Una Mora, che si veda tra noi tutta oscura il seno e il volto, schiacciata il naso, arsiccia e fuliginosa le chiome, vien rimirata quasi un mostro deforme; la stessa che in Etiopia sarà vagheggiata per un'Idea di bellezza. Dalle tenebre fosche di quella Notte animata spuntano colà splendori ch'abbagliano; e da que' neri carboni scintillano fiamme ch'accendono. Ed all'incontro Donna Europea, nella cui carnagione il latte e l'ostro con bellissima unione gareggino, vien giudicata fra gli Etiopi dispregievole un mostro. Onde se fanciulla tra loro a caso porta da' suoi natali bianco il colore, com'essere avvenuto raccontano di Carichia nell'Istoria Etiopica Eliodoro e di Clorinda nella Gierusalemme liberata il Tasso, e come ben sovente in quelle Parti adiviene; di quello come di colore adulterino ed odioso garriscono con la Natura, e studiano di oscurare quella nativa candidezza con l'arte. Che tal costume oggidì, con esquisito artificio, comunemente si pratichi anche nel Regno del Congo, lo riferiscono tutti coloro che da quella Regione dell'Africa ritornano annualmente all'Europa.
- Conchiudasi dunque che in sostanza non è Donna alcuna che bella sia, ma che bella solamente è stimata colei che piace; poiché VEra bellezza Humana quaggiù in Terra, fuori della nostra imaginazione, non si ritrova.
- Hora, se Ingegno grande né Bellezza vera in Donna alcuna non può trovarsi, chi non s'avvede che la gran Dote sola dev'essere a' nostri desiderî
(follemente ei diceva) nell'ammogliarsi primiero oggetto? Questo e non altro vollero significare i Poeti: i quali, sapendo che Beltà senza Ricchezza è cosa vana, cercarono d'arricchirla con gli attributi; onde volendo descrivere bellezza singolare di Donna, le attribuirono capegli d'oro, occhi di zaffiro, denti di perle, labra di coralli e di rubini, seno d'avorio, piè d'argento, e cent'altri sì fatti pregi che constituiscono più la Ricchezza che la Beltà. Tutto è mistero col quale vollero dar ad intendere che Amore non si appaga di beltà che non sia ricca, intendendo della ricchezza soda e reale, non della finta e imaginaria. Un Poeta appunto Italiano, da me pregato, un giorno mi diciferò in una Canzonetta il mistero. Sentite come:
IN FAVOR DELLA DOTE,
Contro la Bellezza e l'Ingegno.
PARADOSSO.
È follia d'Amante insano
Dir ch'un guardo lo ferì;
Ch'il candor di bella mano,
Ch'un bel riso il cor gli aprì.
Non è ver: non giunge a tanto
Di Bellezza il nudo vanto.
Fère, ed apre i cori è vero,
Quando ricca è la Beltà:
Sol da questa il nudo Arciero
Toglie l'armi, e ferir sa;
Ché se d'or non ha lo strale,
A far piaga Amor non vale.
Lasci l'Arco e la Faretra,
Se lo Stral non indorò;
L'oro solo al cor penètra,
Non lo stral, che nulla può:
Stral di piombo, se va al core,
Fère d'odio, e non d'amore.
Ben è ver che van tesoro
Di Beltà non è per me:
Perle i denti, e chiome d'oro
Abbia pur la Donna in sé;
L'amerò s'averà l'arca
Ben di gioie, e d'oro carca.
Oro e gioie del Parnaso
Non bram'io, ma del Perù;
Sol da ciò son persüaso:
Che Bellezza? e che Virtù?
Ricca sia la Donna; e quella
Arà ingegno, e sarà bella.
- Fu lodata non poco la Canzonetta, ma biasimata in estremo l'opinione. Harian stimato quei Cavalieri che il Barone Crisauro avesse impreso a difenderla in termine di paradosso per ostentazione d'ingegno, se non fosse stata assai nota la natura di lui, che, non curando né virtù né bellezza, non adorava altro Nume che l'oro. Fu impugnata non solo, ma espugnata del tutto opinione cotanto erronea, non senza taciti scherni del difensore. La nobiltà delle Donne ebbe Campioni sì valorosi che ripararono, con soprabbondanza di ragioni e d'esempî, quell'onta indegna con la quale avea tentato Crisauro ingiustamente di conculcarla. Gli esempî furono tratti non solamente dalle Istorie antiche, ma insieme anche e molto più dalle nuove, la cui memoria è fresca ancora; e sopra tutto dalla Fama, che nota e veritiera oggidì vola per lo Cielo di tutta Europa, di Dame, di Principesse, d'Eroine, che di ogni grado e condizione, in ogni genere di virtù, e sin nel governo di Stati, di Regni, di Monarchie ancora vivono, e con tal pregio di gloria ch'il nome loro viverà sempre. Fu conchiuso alla fine, dopo varî discorsi: Che LA Donna è capace d'ogni Humana prudenza, com'è un raggio dell'eterna Bellezza. Ma, perché il raggio di feminile bellezza assai presto svanisce, doversi principalmente aver mira all'Ingegno, che non soggiace alle vicende del Tempo; dando il secondo luogo alla Bellezza e il men degno alla Dote.
- Vi fu poi chi soggiunse non convenirsi ad Huomo generoso e prudente l'unirsi a Moglie che di tutte quelle tre condizioni non fosse egregiamente dotata. I più risposero poter ciò avvenire talvolta nella mediocrità, ma in sommo grado egualmente non mai. Non volle a ciò assentire il Conte EDEMONDO, Giovane di gran spirito, ch'era Nepote al Generale Conte d'Essex, affermando costantemente non esser impossibile trovarne alcuna. E perché la piena delle opinioni de' Circostanti tutta volgevasi contro la sua, egli, infiammatosi nel dire, si lasciò intendere esser amante egli stesso di tale Dama in cui niuna delle discorse prerogative nel maggior colmo desiderare non si poteva. Dama dotata d'Ingegno tale che nel più fresco Aprile de gli anni suoi era di già arrivata non solamente a formare i trapunti più fini, i caratteri più aggiustati, i disegni più compiti, e tutti i lavori più eccellenti della penna e dell'ago; ma insieme ad intendere varî Idiomi, a posseder varie scienze, particolarmente la Musica, la Poesia e le altre Lettere Humane. Dama eloquente nel dire, pronta nel rispondere, spiritosa ne' discorsi, nobile ne' complimenti, grave nelle maniere, destra nel ballo, armoniosa nel suono, miracolosa nel canto. Ma tutto ciò era uno scherzo rispetto alla prudenza, alla modestia ed all'altre più rare virtù dell'animo; ornata di tal bellezza che fra le Dame più vaghe e riguardevoli rassembrerebbe come tra fiori la Rosa, tra gemme il Diamante, tra Stelle il Sole. Disse di più esser ella unica ed amata Figliuola di ricchissimo e nobil Padre, e perciò d'ampie richezze unica erede; pregio però il minore che in lei s'ammiri.
- Soggiunse che a questa sola aspirano i suoi pensieri, avendo giurato di non unirsi ad altra Donna giamai, quallora non abbia sorte d'unirsi a questa; ma che, aggiunto alla condizione del proprio stato il favor del Zio, non dubitava di ben presto ottenerla.
- Confessaron gli astanti che la di lui opinione prevaleva alla loro, se la sua Dama prevaleva di tanto alle altre. Ma ch'ella era un mostro del sesso feminile a cui forse uguale non avea tutta l'Anglia, e mostrarono desiderio di saper chi ella fosse, come ben degna d'essere conosciuta ed ammirata. Se ne scusò egli; ma per mostrare, in confermazione del suo detto, qualche sembianza dell'estrema di lei bellezza, scoperse un picciolo di lei Ritratto che seco aveva. Stimò che non dovesse essere la Dama riconosciuta, come quella che, badando in Casa a' suoi virtuosi Esercizî, rare volte n'usciva, come per ordinario fan le altre, curiose di vedere o vaghe di esser vedute. Ed in fatti, benché l'imagine fosse rimirata attentamente da tutti con meraviglia e con lode, non vi fu altri che Crisauro da cui fosse raffigurata. Egli la conobbe, ma se n'infinse, e finito il congresso tutti si dipartirono.
- Il Ritratto era di ROSALINDA, Giovanetta ornata di maggiori prerogative di quelle che il Conte Edemondo aveva scarsamente accennate; Figliuola di Sinibaldo, gran Negoziante di Genova, abitatore di Londra, che alla nobile condizione del Sangue accompagnava la copia delle Ricchezze, e la ricchezza delle Virtù. A lui l'avea fatta chiedere in moglie più d'una volta Crisauro, innamorato de i tesori del Padre più che de i meriti della Figliuola. E, benché fosse Barone di gran Nascita, e per copia di facoltà e di aderenze assai stimato nel Regno, n'avea sempre però avuta ripulsa aperta; ond'egli, veggendosi disprezzato, giurò di adoperarsi in tal guisa che, non essendo sua, non divenisse né meno d'altri. Hora dubitando che col favor del Generale potesse Edemondo ottenerla, ordì malignamente insidie tali con cui gli parve di poter togliere le ricchezze al Padre, la Figliuola al Rivale, l'onta a se stesso.
- Sapeva egli che Sinibaldo, seguace della Regia fortuna, avea tentato sovente con chiodi d'oro di fermarle la ruota, allora che con grossi partiti a i bisogni del Regio Erario opportunamente sovvenne, prima ch'il Re, partito da Londra, fosse dichiarato Nemico aperto del Parlamento. Aveva anche non poca prattica del carattere di Sinibaldo, come che avea passato, per altri affari, più lettere con esso lui. Per tanto trasferitosi a parlare segretamente col Generale Conte d'Essex, e vestitosi del zelo della Ragion di Stato, calunniò Sinibaldo: ch'avesse soccorso il Re con grosse somme di denari, anche dopo l'inimicizia scoperta; e che in Londra servisse il Re di spia (il che tutto era falso), aggiungendo che segretamente fosse Papista (che così sono chiamati i veri Catolici da quei Perversi), il che era vero. Mostrò, per autenticare i suoi detti, una lettera falsificata da lui, come se fosse lettera di Sinibaldo diretta al Conte di Troquere, gran Tesoriero del Re, e che a lui fosse per un tale accidente, di cui formò una verisimil novella, capitata alle mani.
- Il Conte d'Essex, dopo varie interrogazioni a' quali tutte il perfido cautamente rispose, non si rese molto difficile a dargli Fede. Fu persuaso da congetture non lievi. Aveva già molti riscontri che Sinibaldo nell'intimo fosse Catolico. Era informato di altri grossi partiti di denari da lui prima fatti col Re. Non averebbe giamai creduto che un tal Personaggio quale il Barone Crisauro avesse ordito sì indegna frode. E sopra tutto egli tenea quella Massima: che NE gl'Interessi di Stato anco i leggieri indizî servon di prova.
- Ritenne la lettera, ed impose a Crisauro la segretezza, con risoluzione di trattarne col Parlamento tosto che fosse terminata l'Impresa di quella Piazza, che potea trattenerlo non più d'un mese, dovendo poi subito per altri affari pertinenti alla Guerra trasferirsi alla Corte.
- Sospese anche volentieri la subitana propalazione del delitto per acquetar intanto il Conte Edemondo, suo Nepote, a cui di già avea promesso di adoperare tutti li ufficî, muovere tutti i mezi ed impiegare ogni opra sua la più efficace a fargli ottener in moglie la Figliuola di Sinibaldo. Lo chiamò in disparte; e, perché sapeva quanto fosse prudente ancorché amante, non dubitò di conferirgli il tutto sotto sigillo di segretezza, tacendo solamente l'Accusatore. Esaggerò la contraria Religione e la perfidia di Sinibaldo. Gli conferì che non poteva a meno di non trattarne col Parlamento, per non mancare a se stesso e per non essere accusato poi del silenzio da chi gli aveva accusato il delitto. Gli fe' conoscere che senza dubbio Sinibaldo sarebbe stato arrestato e punito con la confiscazione di tutti i Beni, sapendosi, a molte prove di già seguite, anche in soggetti de' più riguardevoli e in delitti men gravi, il rigor estremo con cui procede il Parlamento nelle correnti gelosie; e lo dissuase a cercar unione di sangue con un nemico della Chiesa Anglicana, dell'auttorità del Parlamento e della libertà della Patria; mostrandogli in ultimo che ad un suo pari non sarebbe mancata Dama d'eguali e forse di maggiori condizioni.
- Rimase Edemondo a cotal nuova inaspettata il più confuso e dolente che fosse mai. Tacque pensoso alquanto. Il metter dubbio ove il Generale parlava con sicurezza del vero stimò errore. Il contradire ove trattavasi d'interesse di Stato stimò delitto. Mostrò di essere persuaso, e partissi. Ma, perché amava fedelmente, deliberò fra se stesso che cedesse l'auttorità del Zio all'interesse dell'Amata, e la Ragion di Stato alla Ragion d'Amore. Pensò di farne segretamente consapevole Sinibaldo per sottraerlo all'imminente pericolo. Gli scrisse, e gl'inviò la lettera per corriero espresso, che uno fu de' suoi Servitori, informato già de' suoi fini amorosi, a cui, per occultare sotto il velo del verisimile la cagion vera della sua spedizione, accennò che la lettera conteneva trattato di Parentella, e gli n'impose la segretezza.
- Partì il Messaggio; ma se ben frettoloso egli corre inverso Londra col suo destriero, io lo precorro col mio discorso a ritrovar Sinibaldo, per dar di lui e della sua Rosalinda maggior contezza a chi m'ascolta.
- Grave inimicizia cagionata da private Risse con la Morte d'un Grande, seguita di notte tempo, in difesa, trasse già Sinibaldo de i Conti di Rocca Franca, da Genova, sua Patria, nell'Inghilterra. Londra gli die' ricetto, e v'ebbe tanto di genio, di benevolenza e di fortuna che, dopo anche terminata l'inimicizia, fermò la residenza per elezzione ove si era ricoverato per accidente. Ivi, mediante l'opera di non pochi Ministri e la corrispondenza di molte Parti del Mondo, sosteneva gran Mole di que' Negozî che per la qualità e per l'ampiezza loro non disconvengono ad Huomo nobile, anzi la nobiltà istessa con l'accrescimento delle ricchezze maggiormente fan riguardevole. La loro sopra intendenza non gl'impediva punto gli esercizî Cavalereschi ed altri nobili trattenimenti; ma, aggiungendo allo splendor dell'oro la splendidezza dell'animo, si era reso ad ogni grado di Persone in tutto il Regno ed al Re istesso non meno amabile che riputato. Fu desiderata la di lui Parentella da' principali Baroni. Ma egli, che vedeva l'Eresia fra i più Grandi più grandemente regnare, si mostrò sempre alieno dall'ammogliarsi, fin che pervenne all'anno sesto dopo il trentesimo della sua età. Allora osservato un Cavaliere, Armidoro di nome, che di Francia traea l'origine, se ben nato nell'Inghilterra, ove possedeva una riguardevole Baronia; e sapendo ch'egli conservava nella propria Casa, con l'onor palese d'una fioritissima nobiltà, il tesoro segreto della Catolica Fede, pose gli occhi e poi l'animo ad una di lui Figliuola: la richiese: l'ottenne: e col nodo maritale seco si strinse. Ella, il cui nome era EMILIA, e quattro lustri avea compiti di poco, era di leggiadri costumi e di bellezza impareggiabile sovra l'uso comune mirabilmente dotata, sì che formossi di loro una coppia ammirabile per virtù, riguardevole per nobiltà, invidiabile per contentezza. Vissero unitamente per lo spazio di due lustri (che ad ambo parvero due giorni appena) vita felice. E poi, cedendo ella nel meriggio de' suoi begli anni al suo mortale, fe' provar al Consorte che l'HUmana felicità altro non è che un baleno che in arrivando fugge e in apparendo sparisce. Anzi, che VEra felicità tra i confini della vita in questa Valle seminata d'absinzî, sotto il cerchio della Luna, non può trovarsi.
- Egli ben ciò conobbe, perché rimase più infelice nella privazione che non si era stimato felice nel godimento di tanto Bene; ed ella cominciò a viver felice quando morì innocente. Morì Emilia, e lasciò morendo una Figliuola dopo di sé, delle Materne Bellezze e delle Ricchezze Paterne unica erede. Costei, che nel corso di tre volte tre anni precorreva col senno l'età, e con l'età cresceva nella bellezza, sola fu valevole a mitigar in parte il dolore inconsolabile del Padre nella perdita intempestiva della sospirata Consorte. Sotto le ceneri della Defunta non s'estinse il fuoco dell'amor coniugale; ma, disprezzati Sinibaldo i secondi Imenei, che molte volte e ben grandi gli furo offerti, conservò sempre cara, se ben dolente, la memoria de' primi. Quindi è che a nobilmente instruire e degnamente ad accasar la Figliuola, vivo pegno di quelli ed unico oggetto de' suoi pensieri, tutti i pensieri rivolse.
- Ed arrivata già ROSALINDA (che tale fu il nome di questa Linda Rosa della Bellezza) al deciottesimo de gli anni suoi, faceva mostra meravigliosa d'una beltà singolare. Era di lei alta la statura, ma senza eccesso: bizarro il gesto, ma senza vanità: altiero il portamento, ma senza fasto. La mano e il seno rassomigliavano al colore candidissimi gelsomini, e nelle guancie porporeggiava, mista soavemente a i gelsomini, la Rosa. Ornava il capo lunga chioma nativa, che col nero ma lucido del suo colore vinceva in pregio e l'ambra e l'oro: e da quel nero confine spiccavano assai più belli i candori di una fronte d'avorio e d'un collo di latte. Sotto l'arco sottilissimo di nere ciglia vibravan dardi gli occhi brillanti, quanto più neri tanto più chiari. Li direi Stelle, se le Stelle fossero più penetranti al cuore e men vaste nel giro. Due labra di molli e tumidetti coralli chiudevano ed aprivano un picciol varco a vedere tesori di perle, ad odorare aliti d'Ibla, a sentir voci di Paradiso. L'Idea della Bellezza non ha attitudine di membri, proporzione di lineamenti, soavità di colori che perfettamente in costei non s'ammirassero. Ma pregi così rari della Beltà cedevano a i pregi più rari della Virtù: con quelli innamorava, con questi rapiva i cuori. Così tutta avvenente ed ingegnosa, non men che bella, allettava co' tratti, addolciva con le parole, incantava col canto, animava col riso, disanimava col guardo. Le Grazie tutte accompagnavano sempre così rara bellezza; ma la bellezza e le grazie si regolavano ognora a i cenni della Prudenza sotto l'impero della Ragione.
- Ma poteva ella dirsi un tesoro nascosto, perché, tutta impiegata ad apprender le scienze e ad esercitarsi ne' suoi dilettevoli non men che nobili trattenimenti, appena avea prattica delle fenestre della Casa, non che delle strade della Città. Formato della propria Casa un Liceo, da pochi altri era veduta che da i Maestri, che varî, ma tutti scelti, l'erano destinati dal Padre sotto la custodia fedele e l'assistenza continua di VIOLANTE.
- Costei, già moglie di un orrevole Cittadino di Genova, ch'era Cassiere di Sinibaldo, seguì giovanetta in Inghilterra il Marito, quando il Marito seguì il Padrone. Ma rimasta assai presto vedova dello Sposo diletto, ed orba d'unica prole di pochi mesi in que' giorni appunto ch'Emilia die' Rosalinda alla luce, non si sdegnò d'accostarsela al seno e farsi di lei Nutrice. Onde raccolta in Casa di Sinibaldo, fu da lui sempre e da Emilia come se fosse stata lor congiunta di sangue onorevolmente trattata. Dipoi d'aver nodrito Rosalinda col latte, l'allattò co' costumi. A lei fu balia, fu maestra, fu Aia, e dopo la Morte d'Emilia fu Madre ancora. Né men bevve Rosalinda d'onestà e di prudenza dall'esempio e da i consigli di Violante di quello che già bevuto avesse di latte dalle poppe di lei.
- Non poté però tanto la retiratezza di Rosalinda che la fama di tal bellezza a tanta virtù congiunta si contentasse di sempre stare fra le domestiche pareti seco rinchiusa. NON può il Sole, benché serrato tra nubi, non darci segno ch'egli risplende. Ove di lei non poté giunger la vista giunse la Fama: e con l'ali di quella non meno che con le proprie si compiacque Amore bene spesso d'ergere il volo.
- Il Conte Edemondo fu de' primi a cui Amore, portato dalla Fama, infiammò il desiderio a vederla, l'intelletto a tracciarla, il cuore a servirla, l'anima ad adorarla. Rispetto e prudenza lo ritennero però a palesar il suo fuoco ed a chiedere le sue Nozze; aspettando che il merito di lunga servitù, e l'acquisto di nuovi meriti, e il mezo di gran favori l'abilitassero a sì gran bene.
- Il Barone Crisauro n'udì anch'egli la Fama, ne vide il volto, n'ambì le Nozze; ma non fu sì guardingo né circospetto. Perché, sì come era gonfio per le fumose Imagini de' suoi Maggiori e per la copia grande di sue ricchezze, davasi a credere che Sinibaldo dovesse aver in grazia d'averlo in Genero. Ne fe' tentare più d'una volta il guado, ma s'ingannò di gran lunga, come già dissi. Era Sinibaldo addottrinato in quella Scuola la qual insegna che NON è vera Nobiltà quella ch'è scompagnata dalla Virtù; e, quando queste due Doti non van del pari, ch'È MEglio alzarsi da stato umile alla vera Nobiltà co' proprî meriti che dalla Nobiltà ereditata da' suoi precepitare al basso co' proprî vizî. Poiché CHI vizioso si vanta d'esser Nobile, si vanta di cosa che non è sua: ed È MEN male aver men chiara la memoria de gli Antenati che oscurarne la luce co' suoi demeriti. Né punto di vantaggio mossero Sinibaldo le ricchezze di Crisauro, avendole egli stesso sufficienti ad aggrandir la Figliuola. E, quando avute pur non le avesse, averebbe seguitato ad ogni modo la sentenza di quel Saggio, il quale disse che PIÙ tosto voleva maritar la Figliuola ad un Huomo bisognoso di Facoltà che maritarla alle Facoltà bisognose di un Huomo.
- Così Crisauro fu escluso palesemente dalla speranza, ed Edemondo l'amorosa traccia segretamente seguì. La seguirono qualche altri ancora de' principali Baroni. Ma Rosalinda o non s'avvide o non curò de gli Amanti; e sempre dentro i limiti più riservati della Virginale modestia tenne gli occhi e i pensieri gelosamente ristretti.
- L'amor solamente di LEALDO, che di Nobiltà, di Leggiadria e di pregi Cavalereschi, passato a pena il quarto lustro della sua età, risplendeva tra i primi, poté accender fiamme inavvedutamente nel cuore della Fanciulla. Era questi unico Figliuolo a Teodosio, i cui Maggiori riconoscevano anch'essi da Genova la loro origine e la cui Moglie, che poco dianzi l'aveva lasciato vedovo, era stata di sangue ad Emilia strettamente congiunta. Per tai rispetti e molto più perché di prudenza e di Fede, non men Catolica che Civile, era eccellentemente adornato, Teodosio a Sinibaldo fu caro com'un altro se stesso, né men caro a Teodosio fu Sinibaldo. Strinsesi fra di loro una simpatia così rara ch'avevano ambidue una sola volontà in due Anime, anzi un'Anima sola in due cuori, un solo cuore in due petti indivisibilmente diviso. La loro Amicizia non era fondata, come il più delle volte suole avvenire, su la palla volubile dell'interesse, che ad ogni picciol moto sdrucciola e si sconvolge; ma su la base quadrata della Virtù, che a qualunque più grave scossa mai non vacilla. Si participavan l'un l'altro non meno i proprî travagli che le proprie consolazioni, per allegerirsi in quelli della metà del peso, e per goder in queste duplicato il contento; anzi ne' più gravi infortunî e ne' bisogni maggiori correvano più velocemente a recarsi l'un l'altro consolazione ed aita. Così davano a divedere non esser eglino di quegli Amici che nella prospera Fortuna si contano a centinaia e nell'avversa si riducono al zero; ma ben di quelli de' quali il Savio, saviamente parlando, lasciò scritto che CHI trova un Amico trova un tesoro.
- L'affinità e l'Amicizia de' Padri aperse l'adito alla benevolenza de' Figliuoli, e questa cominciò sin d'allora che la più tenera età lasciò libero delle Case l'ingresso all'uno e all'altra. Quando poi la Fanciulla, crescendo nella bellezza e ne gli anni, cominciò a starsene più ritirata e guardinga, non tralasciò Lealdo di andar sovente a vederla, e ad assistere a' suoi nobili trattenimenti, accompagnando anche tallora con esso lei il suono e il canto, ne' quali, sì come nella Poesia ed in altre scienze, era più che mezanamente instrutto anch'egli. Ciò permettea Violante, indivisibile assistente di Rosalinda, né Sinibaldo lo ricusava, mentre la parentella e la virtù d'ambidue non ammetteva punto di gelosia, né lasciava che dubitare nella domestica e virtuosa loro conversazione. La reciproca benevolenza, fomentata dalla conformità de gli studî, de' costumi e de gli anni, s'andò a poco a poco sì fattamente avanzando che, alla per fine, senza che s'avvedessero d'innamorarsi si conobbero innamorati; ed Amore, che al nascere non fu veduto, a pena nato si fe' gigante.
- Se ne avvidero, né punto l'ebbero a male i Genitori, che aspiravano con pari se ben tacito desiderio a stringer con nuovo legame l'unione de' sangui e ad unire le loro Eredità, come avevano di già uniti gli animi loro. Ma gli accidenti del Regno fecero a Sinibaldo cangiar pensiero.
- Sapeva egli con qual rigorosa inquisizione si procedesse in quel tempo contra i parziali del Re e contra i professori della Catolica Religione. E sapendo insieme quanto fosse già nota la stretta servitù da lui continuata e i partiti fatti col Re mentre fu in pace, poté dubitar con ragione che gli fosse apposta qualche calunnia di nuovi trattati con Sua Maestà dopo la guerra, o che in qualche modo si discoprisse la sua Catolica professione, alla quale, più tosto che mancar punto, haria sempre mancato a tutte le Facoltà, alla Riputazione Mondana, al Sangue, alla Vita. Onde per mantenere, quanto per lui si potesse, e l'una e l'altra, fece risoluzione d'abbandonare quel Cielo infausto e di portar se stesso con l'amata Figliuola alla dolcezza del Ciel nativo. S'avvide però che in questo affare conveniva andar molto cauto e circonspetto per non accrescere con nuovi segni i sospetti del Parlamento ed i pericoli suoi.
- Aveva, con tal disegno segreto, poco prima rimesso alle Fiere già di Piacenza, hora di Nove, per varie lettere, somme notabili de' suoi denari, ed inviate a Genova su varie Navi quantità non picciola di ricche Merci. N'avea fatto l'indirizzo a varî suoi Ricorrenti di quella Piazza; al più confidente de' quali avea appoggiata di più la cura di apprestargli con segretezza entro di Genova un ben agiato Palazzo. A ristringere quelli ed altri suoi effetti ch'aveva sparsi in diverse Piazze d'Italia pensava d'inviar per allora un suo fidatissimo Agente, sopra un Vascello Inglese nominato Re David, che, nel Porto di Dovre di già allestito, stava per disancorare e far vela alla volta di Alicante, e poi di Livorno e di Genova. Questo era stato noleggiato da Alonso di Guevara, gran Negoziante Spagnuolo, grand'amico, ricorrente ed in que' giorni ospite ancora di Sinibaldo, che di Alicante, ove aveva sua residenza, era passato a Londra per affari suoi non leggieri; e, dato il carico di già alla Nave, stava per imbarcarvisi e partir anch'egli fra pochissimi giorni. Anche Sinibaldo v'avea caricato qualche sue Merci di gran valore, ed andava con ogni destrezza ristringendo al possibile il rimanente delle altre sue Facoltà, con probabile speranza di ridurre a buon segno fra pochi mesi gl'interessi della sua Casa senza precipitarli, e con disegno di tragittarsi anch'egli poi felicemente a Genova con sua Famiglia.
- Mentre le cose erano in questi termini, arrivò a Londra il Corriero che gli recò la lettera del Conte Edemondo. Sinibaldo, ritiratosi solo nelle sue stanze, aperse la lettera, la lesse, e ritrovolla di tal tenore:
Mio Signore.
- Se il pericolo imminente di Creso, Re di Lidia, ebbe già forza di snodare improvisamente la Lingua ad Atide, suo Figliuolo, che nato era muto; onde con un sol grido, a dispetto della Natura, dall'amore eccitato il sottrasse al cadente colpo della spada omicida, ecco in me oggi rinovato il miracolo istesso. Io, Signore, non vi son Figliuolo per sangue; ma bramai d'esservi Figliuolo e servo per elezione. Questa brama in me nacque dal giorno ch'ebbi fortuna di conoscer in parte e di ammirar in estremo i pregi incomparabili del vostro merito, e il merito singolare dell'unica vostra Figliuola, unica mia Signora. Riverenza e rispetto mi fecer muto: perché il mio grado, che pure tra i principali dell'Anglia non è il men degno, poco degno mi parve di tanta felicità. Arsi di desiderio e d'amore; ma celai riverente e taciturno il mio fuoco. Tacqui sin'hora, e tacerei di bel nuovo se il pericolo evidente che vi sovrasta non mi movesse la penna, interprete fedelissima della lingua e del cuore, a ripararvi dall'estrema ruina con questo grido: Ah, mio Signore, fuggite, fuggite da questo Regno! Siete incolpato d'intelligenza col Re, di fellonìa contra il Regno e di Papismo contro la Chiesa Anglicana: tutti d'offesa maestà delitti atroci, sempre di perdono e in questi tempi anche, può dirsi, di difesa incapaci. L'accusa ha le sue prove, e, benché false, com'io suppongo, sono approvate di già per vere, com'altri stima. Il dado è tratto: non ci è speranza: non ci è rimedio; ci è però tempo, forse d'un mese. Provedete a' vostri affari: non fraponete dimora: altro non posso dirvi. In premio di quel che ho detto vi chiederei Rosalinda per isposa, se la vostra e la sua grazia mi sollevassero a meritarla. Quando ciò sia, salvate pure voi stesso e le vostre ricchezze altrove. Resti ella qui, se vi piace, dotata solamente della sua virtù e di se stessa, a bearmi; che tanto basta. Ma se indegno io ne sono, altro che il vostro silenzio in guiderdone da voi non chiedo. Da questo la mia riputazione, il mio avere e la mia vita dipende.
- Quindi potete argomentare di qual tempra sia l'amor mio. E, perché dal saper chi vi scriva possiate credere ch'egli ha tali aderenze che può sapere e tali condizioni che non può mentire, io mi vi scopro, e raccomando alla vostra fede, al vostro silenzio ed alla vostra grazia il mio nome, ch'è di un
Vostro svisceratiss. Servitore
Edemondo, Conte di Salisberia.
Dal Campo sotto Reding, il dì 18 d'Aprile 1643.
- Rimase Sinibaldo fieramente turbato a sì gran nuova. Mille pensieri gli cagionarono la turbazione. Considerò la gravezza del pericolo, la brevità del tempo, l'importanza della dimora, la necessità del partire, la fierezza della persecuzione; e questa, come; perché; quando; e da cui sì fieramente commossa; come pervenuta a notizia di Edemondo; perché rivelata; se debba credersi; creduta, come sfuggirsi; come rispondere alla lettera; come corrisponder all'obligo; come scusarsi di Rosalinda. Fra queste e cent'altre agitazioni dell'intelletto e ondeggiamenti dell'animo fluttuò lungamente irresoluto e perplesso. Alla fine, dopo avere, hor sedendo hor passeggiando, il tutto dentro di sé variamente ben ruminato, non poté non dar fede all'aviso, come venuto da Cavaliere qualificato ed amante; né meno volle non istimare il pericolo come assai verisimile, e da lui stesso in gran parte già preveduto. Aggiunse stimolo alla sua credenza l'esempio del Conte di Portland, Governatore dell'Isola di Vueit, il quale due giorni prima era stato arrestato prigioniero in Londra, sospetto appunto d'intelligenza col Re: e sopra tutto pensò ch'È MEglio, ove si tratta la somma delle cose, esser credulo con iscommodo, ancorché grande, che trascurare con rischio evidente del totale esterminio. Ben si appose, stimando ch'Edemondo, come Nepote del Generale, dal gabinetto di lui avesse potuto trarre il segreto. Conobbe l'opportunità del consiglio. Deliberò di accettarlo con accelerare la sua partenza, riducendo a pochissimi giorni quella esecuzione ch'avea stabilita fra qualche mesi. La Nave, che già a Dovre stava pronta alla vela, secondava le sue deliberazioni. Sapeva che Alonso non gli arebbe disdetto che potesse caricarvi altre sue robbe e suppelletili più preziose: le arebbe fatte caricare sotto nome del medesimo Alonso per iscansare i sospetti. Improvisamente poi al tiro di partenza vi si sarebbe imbarcato egli stesso con la Famiglia e con somme rilevanti di denari e di gioie. A Teodosio, il suo caro e fedelissimo Amico, arebbe appoggiata la cura del ristringimento delle altre sue Facoltà che lasciava nel Regno. Così conchiuse. Vide però che più abbondavano le difficoltà ov'il tempo era più scarso. Ma bisognava sciogliere il nodo Gordiano col ferro e precipitare ogn'indugio. Quello che maggiormente apportò di pensiero alla generosità dell'animo suo fu il modo di mostrarsi grato al Conte Edemondo. Comprese l'ingenuità del suo cuore: sapeva la nobiltà delle sue condizioni e l'altezza de' suoi meriti. Gli rincrebbe di non poterlo gratificare con lo sposalizio di Rosalinda e non sapere come mostrarsegli grato senza di questo, ch'era l'unico scopo de i pensieri di quegli. Ma troppo lontani erano i fini, troppo inestricabili gl'impedimenti. Meglio averebbe sofferto il separarsi dalla vita che il separarsi dalla Figliuola. Già nel suo cuore n'avea disposto: in Inghilterra, se vi si fosse fermato, non ad altri che a Lealdo; ed hora, che risolve portarsi a Genova, ad un giovane Cavaliero di quella Patria, riguardevole per chiarezza di nobiltà e di meriti, a lui congiunto di sangue, l'ha destinata. Ma sopra tutto la diversità della Religione non gli lasciava applicare né pur un minimo de' suoi pensieri ad Edemondo, se ben per altro d'animo assai conforme e di meriti molto aggradevoli. Aveva obligata la fede a Dio di maritarla solamente a chi fosse vero Catolico; onde pensando valersi di questa obligazione di fede in senso anfibologico per iscusarsi senza mentire, die' di mano alla penna e formò la risposta con tai concetti:
Signor Conte, Signor mio.
- La colpa che da altri mi viene apposta è una calunnia che contro la verità nulla vale; ma la notizia che da voi me ne viene è una grazia che contro l'ingiusta accusa vale un tesoro. Un tesoro stimabile al pari d'ogni mia sostanza, di tutta la mia fortuna, della stessa mia vita. Tutte queste cose hora non son più mie che vostre; anzi sono più vostre che mie. Di quanto io posso darvene vi offerisco liberamente il dominio e vi darò giustamente il possesso. Una sol cosa darvi non posso, e me ne affliggo, perché veggo esser quell'una da voi sola desiderata. Questa è mia Figliuola, ch'essere non può vostra perché mia non è più, mentre ad altri obligata n'ho già la fede. Per altro i vostri meriti sono tali ch'io riputerei a mio vantaggio l'esservi Servo, non che Parente. Ma ben vi è noto che UN Cavaliero d'onore non può mancare alla data sua fede senza mancar al suo debito, alla sua riputazione, a se stesso, a gli Huomini, a Dio. Imploro per tanto la prudenza dell'animo vostro generoso e discreto a scusarmi, a perdonarmi, a compatirmi in questa inevitabile necessità. Vi supplico insieme a credere ch'io ne resto estremamente mortificato, e che la mia mortificazione non cesserà mai di tormentarmi sino a che non mi avvenga di palesar con l'opere qualche generosa gratitudine dell'obligato animo mio verso di voi. Siatemi in ciò ancora favorevole di soccorso, che altronde non può venirmi che da' vostri desiderati comandamenti. E, perché sappiate dove inviarli, vi dinoterò il luogo della mia residenza tosto che vi sia giunto. In questo mentre, accingendomi ad eseguire il vostro saggio ed amorevol consiglio, spero d'aver il piede, insieme con mia Figliuola, fuori del Regno, prima ch'abbiate voi fra le mani col ritorno del vostro Corriere questa mia lettera. Con eterno silenzio serberò il segreto. Con eterna memoria serberò l'obligo: e perché non vi sia mai chi possa rinfacciarmi d'ingratitudine, sarà sempre del Sig. Conte Edemondo
Perpetuo, e fedeliss. Servitore
Sinibaldo de i Conti di Rocca Franca.
Di Londra, 22 Aprile 1643.
- Sigillata la lettera, consignolla al Corriere, e datagli insieme con larga mano la buona mancia, licenziollo con atti di cortesia sì ch'egli si die' a credere che già fosse a buon porto il trattato di Parentella suppostogli fintamente dal suo padrone e creduto sicuramente da lui; onde tutto giulivo spronò il Corsiero velocemente al ritorno inverso il Campo sotto Reding.
- Ma Sinibaldo, risoluto di mandar tosto ad esecuzione quanto aveva già divisato nell'animo, volle prima d'ogni altra cosa licenziarsi da Teodosio, il caro, l'unico Amico. Non sapeva a passar quest'ufficio trovar hora opportuna né parole proporzionate, poiché ad esprimere il suo sentimento in così dura e sì necessaria separazione tutte l'hore eran moleste, tutte le parole erano scarse. Ma, perché ogni picciola dilazione alla partenza era di non picciolo pregiudicio a' suoi fini, gli convenne, senza più differire, palesargli il suo cuore. Lo fe' consapevole delle calunnie stategli apposte e de i pericoli sovrastanti, tacendo però la Persona e il modo onde avuta la notizia n'aveva. Gli mostrò la necessità inevitabile della sùbita sua dipartenza, e, pregandolo a compiacersi che potesse far girare sotto suo nome ed appoggiare alla discreta ed amorevol sua cura, giusta l'informazione che gli arebbe lasciata, tutti quegli effetti e quei Beni ch'era costretto lasciar nel Regno, prese da lui congedo con le angustie nel cuore se non col pianto su gli occhi.
- Con quale animo udisse Teodosio cotale aviso se lo imagini chi sa quanto sia duro separarsi un Pilade da un Oreste. Non seppe lodargli la risoluzione perché l'affetto nol sofferiva; non poté biasimarla perché la ragione nol comportava. Pure, cedendo alla Ragione l'Affetto, s'appagò al suo volere, gli promise ogni aiuto: e detestando ambidue quella violenta necessità che poteva, per sì lungo tratto di Mare e di Terra, separare le abitazioni ma non già gli animi loro, giurarono eterna fede alla loro amicizia, e, strettamente abbracciatisi, si disgiunsero per dar ordine a quanto era d'uopo, risoluto Sinibaldo di partire dal Regno indi a tre giorni.
- Non poté però celare questa sì sùbita risoluzione all'unica sua diletta Figliuola. Ed ella, in cui pari alla bellezza del volto s'ammirava la prudenza dell'animo, non dimostrossi punto ritrosa a i voleri del Padre. Ma rammentando la dura divisione dall'amato Lealdo, sentì dividersi l'anima dal cuore, il cuor dal petto. Ritiratasi nel più solitario delle sue stanze tremò: impallidì: si morse le belle dita: batté col piede il suolo: avvitichiò tra loro le mani: alzò gli occhi piangenti: esalò sospiri infuocati: versò fra l'animo mille pensieri: e combattuta quinci dall'obligo di Figliuola, quindi dal debito d'Innamorata; consigliata dalla modestia; assalita dall'Amore; hora timida, hor audace; hor tutta gielo, hor tutta fuoco; alla per fine irresoluta, confusa, angustiata, tramortita s'abbandonò.
- Ivi opportuna sopragiunse Violante, che rare volte l'abbandonava di vista, e richiamati con lo spruzzamento d'acque odorose gli spiriti alla dolente, l'interrogò del suo male; e tanto poté co' i vezzi, con le preghiere, con le promesse ch'ella il suo cuore angustiato tutto le aperse.
- Non differì la prudente a farne consapevole Sinibaldo, conoscendolo non meno pieghevole ver' l'amata Figliuola che costante nelle stabilite risoluzioni. Stette egli a tal nuova sopra di sé in profonda considerazione sommerso. Indi, Vanne, disse, oh Violante, e dissimulando d'avermi ciò palesato, mitiga co' tuoi prudenti consigli le tempeste amorose nell'animo di Rosalinda. Opra sì che, senza ch'ella disperi, resti persuasa ad accommodarsi alla necessità de' tempi e all'ubbidienza del Padre. E perché la Notte, Madre non meno de' pensieri che del riposo, già s'inoltrava, egli, ricovratosi fra le piume ad incontrare il sonno, fu incontrato da mille cure. Che farò? (dicea fra se stesso) la Figliuola è nubile: è amante: è amata. Sposo più adeguato al di lei merito ed al mio piacimento non saprei scegliere. Ma: lasciarla qui Sposa a Lealdo e partir senza lei, ch'è l'unico germe del mio sangue, l'unico oggetto di mie speranze? È impossibile ch'io pur vi pensi, non che lo tratti. Condur meco lo Sposo e privarne l'Amico, al quale anch'egli è Figliuolo unico, unico Bene? Non lece chiederlo, non che sperarlo. Pure la partenza è necessaria, la dilazione pericolosa. Che si dee fare? Qui ruminati mille partiti, altro non gli parve men disperato che tentar al meglio d'acquetare l'animo fluttuante di Rosalinda, e per li flutti dell'Oceano voltar la prora ben presto verso il nativo suo Cielo. Su queste considerazioni, dopo lunga vigilia fu sorpreso dal sonno. Ma questo fu interrotto assai presto dalla turba de' suoi pensieri tumultuante; onde assai prima del consueto s'alzò dal letto, ed affacciatosi ad una finestra di strada per veder se l'Alba spuntava ancora, osservò che un valletto di Lealdo lanciò con destro modo un non so che alla finestra non ancora aperta della camera di Rosalinda. Fece egli subito chiamar a sé la Nutrice, ed avvisatala del successo, le ordinò che senza far motto alcuno alla Figliuola vedesse ciò che si fosse, ed a sé lo recasse. Ubbidì la fedele, e trovatavi una lettera col soprascritto a Rosalinda, la recò al Padre, che, apertala, conobbe la mano di Lealdo, e vide la lettera di tal tenore:
Bellissima Rosalinda.
- Non istupire ch'io, trascurata la consueta modestia, abbia tanto d'ardire ch'osi inviarti furtivamente questi caratteri. Stupisci ch'io, abbattuto da un fulmine, abbia tanto di vigore che possa scriverti. Una nuova altretanto più fiera quanto meno aspettata mi fa certo che tu parti col Padre da questo Regno per sempre, e che pochissimi giorni prescrivono il termine alla tua partenza, alla mia vita. Questo è il fulmine che mi atterra, che mi priva di me medesimo. Sì, oh mia Cara, che più non son Io, se tu non devi esser mia. Ma, se mio Fato avverso allontana te da questo Cielo, qual demerito mio allontana me dal tuo cuore? Ben ciò comprendo, oh misero, dal tuo silenzio. Come? già già tu parti, né pur mi dici A Dio? e crederò che tu m'ami? No. Ma come può essere che un amore, ch'io credei eterno, in un momento già sia svanito? Deh, per quelle fiamme innocenti che sin da gli anni più teneri parve che ardessero il tuo petto non men che il mio: dì, oh mio Bene, se più scintilla in te ne resta, o se spento è già del tutto. Con brevissima risposta tronca i miei dubbî; e poi vanne felice, che ad ogni modo io vo' seguirti. Ti seguirò per l'onde con le vele e co' i remi, e, se d'uopo fia, nuovo Leandro col nuoto, dovunque andrai, se m'ami ancora. Ma se, prima di sciogliere da questi lidi il canape del tuo legno, hai già sciolto dal seno il legame de' nostri amori, io scioglierò i legami della mia vita per seguirti con l'anima fuggitiva: sì che sempre m'avrai seguace, o fido Amante, se non mi sprezzi; nudo spirto, se m'abbandoni. Né creder già che queste fedelissime espressioni del cuore siano iperboli troppo ardite di un Amante affettato. Ti giuro per quel Sole che, a dispetto dell'ombre dell'Anglia, ci rischiara la mente e l'anima, ch'io mi sento ridotto a segno di non poter vivere senza il tuo amore. Se tu parti e me ne privi, quel giorno istesso ch'il mio buon Genitore piangerà la partenza dell'Amico suo caro piangerà insieme la morte del suo caro Figliuolo. Deh nol permettere, oh Bella. Sveglino in te pietade la giovanezza, la fede, l'amore, il tormento del tuo già sì caro, hor sì dolente
Lealdo.
- Appena Sinibaldo ebbe letto, che Violante esclamò: Oh Dio, che sento? Come può essere che ria fortuna possa disgiungere sì fidi Amanti? Sappi, Signore, che vani sono stati gli ufficî che m'imponesti con Rosalinda. Non può la misera darsi pace: non vuole disdir al Padre; non può scordarsi l'Amante. Protesta che senza il Padre non potrà vivere; che senza l'Amante vorrà morire. Fra queste angustie geme, piange, sospira; e temo, pur troppo ahi temo, che rio malore, cagionato da inconsolabile malinconia, non le involi il fiore della bellezza, e forse il fiore de gli anni insieme.
- Rimase a questi accidenti sospeso e tacito Sinibaldo, ed imposto silenzio alla Nutrice, uscìa di Casa a ritrovar Teodosio; ma su le proprie scale incontrollo che a lui veniva. Ritiratolo in una stanza gli palesò i successi: gli die' a legger la lettera: gli scoperse il suo desiderio ed insieme le sue angustie nelle difficultà di eseguirlo. In angustie non minori involse l'animo dell'Amico. Egli occupato da intensa considerazione ste' muto alquanto; indi con volto lieto a Sinibaldo rivolto: Non voglia il Cielo, disse, che un'Amicizia così stretta de' Padri, un amore sì sviscerato de' Figliuoli non conseguisca il suo fine. Si stabilisca il contratto, se pare a te, de i bramati Imenei. Se ne diferisca l'esecuzione un anno solo. Tanto a me basta per metter ordine a i più importanti interessi della mia Casa e al rimanente de' tuoi. Imiterò il tuo esempio nel ristringere e nel rimettere in Italia tutti i miei Beni. Tu parti intanto con Rosalinda; Io ti seguirò con Lealdo. Sarà per sempre in avvenire la tua Patria, che fu anche Patria de' miei Maggiori, a me comune, come per lungo tempo fu a te comune la mia. Ivi, senza i sospetti d'Eretica malvagità e di Tirannica forza, goderanno le anime nostre nel culto della vera Religione; e senza fraposizione di Mari e di Monti, trionferà la nostra Amicizia ne i diporti della nostra conversazione e nella unione e successione del nostro sangue. Questo pensiero non è in me nuovo. Mi si svegliò nella mente allora che si svegliarono le tumultuazioni nel Regno; ma restò sopito dall'amor della Patria ove nacqui e da gl'interessi della fortuna in cui vivo. Hora ogn'interesse pospongo al desiderio di viver teco. La certezza dell'esito felice, col sigillo della fede irrevocabile, renderà men grave la dilazione a i Figliuoli innamorati. Non sarà loro così molesto il separarsi, mentre la distanza breve del tempo compenserà in parte la distanza lunga del luogo. Che ne dici? Che ne risolvi, oh caro Amico?
- Io comprendo, egli rispose, che i termini della tua Amicizia pareggiano l'affetto impareggiabile della mia e sopravanzano quello d'ogni altra. Nell'intricato labirinto delle mie cure, nella tempesta ondeggiante de' miei pensieri, tu mi porgi il filo d'Arianna, tu mi scopri la luce di Sant'Ermo. E in questo dire postegli le braccia al collo, con lagrime di tenerezza su gli occhi caramente lo strinse. Indi, in segno di stabilita promessa, impalmate vicendevolmente le mani, deliberarono di stringere allora allora, anche tra' Figliuoli, la fede. Onde imposto Sinibaldo alla Nutrice che conducesse a sé Rosalinda, mandò Teodosio un suo Paggio ad introdurre Lealdo.
- Quasi nel medesimo tempo, non consapevoli del fine a cui fossero dimandati, giunsero e l'uno e l'altra. Stupirono nel vedersi in quel luogo avanti a' loro Genitori unitamente chiamati. Ammutirono, e sentirono palpitarsi il cuore fortemente nel petto. Non può già dirsi che impallidissero, poiché il precedente affanno aveva già loro involato tutto il sangue dal volto. Ivi, dopo breve giro di parole, intesero da i Genitori tutto il concerto fatto tra loro.
- Quali restassero a cotal nuova i due Fedeli lo dica chi ha provato mai presso al sommo delle angoscie il sommo delle allegrezze. Fu tale e così veemente l'alterazione che senza alcun dubbio averiano perduto i sensi, se non la vita, quando la separazione di se stessi così vicina, la distanza de' luoghi che doveva separarli così remota, e la dilazione a riunirsi d'un anno (ch'a i veri Amanti rassembra un secolo) così lontana, non avesse troppo gagliardamente contrappesato la gioia di vedersi, allor che meno il credevano, felicemente accoppiati. Sinibaldo, presa per mano l'unica sua Figliuola, la presentò a Lealdo. Ed egli, sentendosi d'immensa gioia accendere il sangue al cuore e brillar il cuore nel seno, strinse alla Bella la bella mano, e su quel morbido alabastro impresse con l'anima su le labra un castissimo bacio.
- In piacevoli discorsi e in domestica conversazione passarono commensali quel giorno, destinando il seguente al Nuzziale convito. Questo apprestato fu poi splendidamente, per quanto la brevità del tempo, l'apparecchio della vicina partenza e la consueta temperanza di Sinibaldo potea concedere. V'intravvenne l'Ospite Alonso, a cui aveva già Sinibaldo conferito i suoi pensieri, e da cui ricevuto aveva tutte quelle amorevoli e generose offerte che da un vero Amico un Amico vero può mai bramare. Qualche altri de' più congiunti e fedeli, con alcune onestissime Dame, vi furono improvisamente invitati, ma non già molti. Il trattato della partenza dovea tenersi segreto, e TRa la moltitudine de' Convitati la segretezza non ha suo luogo. NEl vino la Verità viene a galla, e RAre volte adiviene che chi scuopre il fondo a molte tazze non scopra insieme il fondo al proprio cuore. Quivi i Convitati furon pochi, non dissoluti: le imbandigioni esquisite, non copiose: la delicatezza de' condimenti compensò la copia delle vivande: il gusto fu appagato dalla qualità, non oppresso dall'abbondanza. LUngi dalle Mense d'Huomini saggi le memorie d'Agrigento e di Megara, i cui Cittadini non si cibavano sol per vivere, ma vivevano sol per cibarsi. Non servano altrui d'esempio Nomentano ed Apicio, detestati da Seneca, i quali riconoscevano sopra le mense loro quanti volatili, pesci e quadrupedi mandino da più lontane Provincie la Terra e 'l Mare. Sian sepolti nel più cupo fondo di Lete i conviti di Sardanapalo, di Serse, d'Eliogabalo e di Nerone, che divoravano in poche hore i tributi di molti Regni. SI cancellino dal libro de gli Huomini tutti quelli che non adorano altro Nume che il ventre loro. NE i Conviti ove l'eccesso serve di Scalco regna la Dissoluzione, freme la Discordia, trionfa il Vizio. Ma in quelli che dalla Moderazione son regolati, l'Allegrezza rinvigorisce gli spiriti, la Modestia tempera l'Allegrezza, e fra lieti e modesti trattenimenti la bella Pace, con soave catena, congiunge gli animi e stringe i cuori.
- Tale fu il convito di Sinibaldo: ove, a passar l'hore più liete, si mescolarono tra le vivande varî discorsi ma non confusi; motti arguti ma non pungenti; scherzi amorosi ma non impuri. Ed in fine, data l'acqua alle mani e posta a sacco l'ultima imbandigione di preziosi confetti, furono per ultimo e più bramato diporto recati in tavola musicali strumenti, invitata la Sposa a sposare il suono di quelli con la sua voce. Ella, tinta il volto di modesto rossore, se ne scusò su la debolezza del suo talento, non parendole convenirsi a Vergine costumata e modesta farsi udir sola e primiera in occasione sì riguardevole, a lei sì nuova. Ma Lealdo, per invitarla con l'esempio come invitata l'avea co' prieghi, die' di mano alla Teorba, ed adornandola prima d'alquante Rose, che primaticcie della stagione erano state in mazzetti distribuite a i Convitati, tasteggiatala poi gentilmente, a sé rivolse l'attenzione de' Circonstanti, mentre con un soave Tenore, dalle Rose istesse preso il soggetto, sciolse al canto maestrevolmente la voce in questi versi:
LA ROSA D'AMORE.
Tra i Fiori, onde fastosa
Primavera riede a noi,
Bella Rosa,
Qual s'uguaglia a i pregi tuoi?
Cede a te vinto
Croco e Giacinto;
Tu togli il vanto
Al Narciso, a la Calta, a l'Amaranto.
Rosa vaga, Rosa bella,
Il mio stil poco t'onora,
Se t'apella
Fior de' Fiori, onor di Flora.
Tu imporporata,
Di spine armata,
Sovra de l'erba,
Qual Reina de i Fior, t'alzi superba.
Quando frangi, a discoprirti,
Gli smeraldi pellegrini,
Posso dirti
Bell'Aurora de' Giardini;
E se poi mostri
Tutti i begli ostri,
Spargi tai lampi
Che sei, non che l'Aurora, il Sol de' Campi.
Ma tai pregi, oh Rosa cara,
Non fan pago il mio desiro;
È più rara
Quella gloria onde t'ammiro:
In te vegg'io
L'Idolo mio,
Colei che come
È Rosa a la bellezza, è Rosa al nome.
ROSA LINDA, Rosa pura
È il mio Sol ch'in terra adoro;
Di Natura,
Di Beltà pompa e tesoro.
Lasso, ma in vano
Stendo la mano;
Ché perdo il Fiore,
Perdo la Rosa, ed ho le spine al core.
- Finita ch'ebbe Lealdo la Canzonetta, cominciò un dilettoso bisbiglio fra gli Uditori, che celebravano chi la maestria della voce, chi la prolissità delle gorgìe, chi l'accompagnamento del suono, e tutti l'artificio del soggetto sì giustamente adattato a quella stagione di Primavera, al nome ed alle lodi di Rosalinda. Non tutti compresero il concetto che conchiude la Canzonetta, ma solamente que' pochi ch'erano informati della vicina dipartenza dell'Amata: e questi lodarono il pensiero che allude alla dolorosa loro separazione. Sola tacque la bellissima Sposa, a cui, nel sentir le sue lodi, comparve su le guancie la porpora di quelle Rose dal suo Diletto sì gentilmente descritte. Ed egli, rivolto a lei, con reiterate vivacissime instanze secondate dalle preghiere di tutti gli altri, la supplicò a far sentir la sua voce su quale de gli strumenti più le gradiva. Non sapeva risolversi la modesta, scusandosi non voler loro amareggiar il gusto dalla passata Canzone sì nobilmente addolcito. Ma da un cenno finalmente del Padre fu persuasa; e recatasi in braccio la Chitarriglia Spagnuola, dopo averla per alquanto armoniosamente toccata, stando tutti con muta attenzione a lei rivolti, sprigionò dalle rosate labra la soavissima voce in questi versi:
LA ROSA MORALE.
Allor che nel Cielo
Di raggi lucente
Il Sole apparì,
Sul verde suo stelo
Vezzosa, ridente
La Rosa fiorì.
Ma cadde a pena il Dì,
Che languida, smarrita,
Perdé la sua beltà, ch'è la sua vita.
Fiorita ben piace,
Ma in vano s'apprezza,
Se vita non ha:
Ahi troppo è fugace
Sua vana bellezza,
Sua fragile età.
Così NOstra beltà,
Dono fral di Natura,
Piace assai, giova poco, e nulla dura.
Si pregia la Rosa
De gli ostri non suoi
Ch'il Sole le die':
S'ammira fastosa
Bellezza tra noi,
Ch'appare e non è;
Ma pari è la mercé:
PRovan mortali i danni
La Rosa al Sole, e la Bellezza a gli Anni.
L'ETÀ fuggitiva
Un solo momento
Fermar non si può:
A pena ci arriva,
Che passa qual vento,
Che ratto volò.
Ah NON si gonfi no
Chi qual Rosa fiorisce;
Ché quasi Rosa ancor sviene e languisce.
HUmana Beltade
Appunto d'un Fiore
Non dura già più:
Sì tosto ella cade,
Sì presto ella muore,
Che quasi non fu.
DI nostra gioventù
Dura sì poco il verde,
Che, quando a noi si mostra, allor si perde.
- Parve che si svegliassero da un'estasi i Circonstanti quando Rosalinda si tacque, tanto sollevati s'erano al Cielo, rapiti dalla soavità di quell'Angelica voce. Rimasero taciti di stupore per alquanto di tempo. Indi non potero contenersi, benché in presenza di lei, di non darle titoli della più bella e più soave cantatrice che possa darci quaggiù in Terra un'arra delle musiche del Paradiso. Oltre la melodia della voce, lodarono estremamente il soggetto Morale della Canzone, corrispondente al soggetto amoroso dell'altra poco dianzi sentita e proporzionato alla modestia di una Vergine cantatrice. Fra questi ragionamenti, che diero materia ad altri varî e tutti grati discorsi, sovragiunse la sera, e, dopo i convenevoli complimenti, preso congedo i Convitati, rimasero soli, co' i Padri loro, gli Sposi lieti.
- Hor chi potrebbe giamai spiegare la gioia inesplicabile di quel Giorno, ove nel godimento della presente unione e nella speranza delle future prosperità parea che potesse riputarsi felice appieno una coppia così rara d'Amici, una coppia così degna d'Amanti?
- Ma, OH GIudicio Humano, quanto sovente resti deluso! QUanto diversi riescono bene spesso i successi da i lor principî! QUanto inacessibili sono i giudicî del sovrano Motore! QUanto brevi e fugaci le Humane gioie! Questo giorno, che potea giudicarsi l'Oriente, fu l'Occaso delle comuni loro Mondane felicità.
- Sopragiunse nel Dì seguente a Sinibaldo la febre, che giudicata lieve al principio, in capo del terzo giorno fu da' Medici stimata acuta, nel quinto creduta pericolosa, ed in fine nel settimo publicata mortale. Questo accidente interruppe i disegni della vicina partenza, amareggiò la soavità delle Nozze, afflisse il Genero, travagliò l'Ospite, accorò l'Amico; e, sopra tutti, la Figliuola amorevole all'estremo delle mestizie dal sommo delle speranze inaspettatamente precipitò.
- Sinibaldo, benché sentisse al vivo, come huomo e come Padre, la nuova della vicina sua dipartenza dalla Figliuola e dalla Vita, pure l'accettò con quella intrepidezza di cuore e con quel rassegnamento di volontà che ad animo generoso e Catolico ne' casi estremi non manca mai. CHI giunto a questo passo non si dà pace e non provede a se stesso, ma, impaziente, si rammarica della Natura e vuol garrire col Cielo: o stolido non sa che nacque mortale; o scelerato dispera il perdono; o infedele non crede l'Eternità. CHI ha senno, cuore e fede sommette intrepidamente se stesso allo statuto irrevocabile dell'Humana Natura, provedendo con giudicio all'Anima che parte ed a gli Eredi che restano.
- Così appunto fe' Sinibaldo, e dopo ch'ebbe fatto a sé venire un saggio e venerabile Sacerdote che in abito secolare, per maggior segretezza, manteneva in sua Casa; ed aggiustati seco, con sentimenti di vera pietà Cristiana, gl'interessi dell'Anima, fece introdurre, con l'amico Teodosio, gli afflitti Amanti. Quivi egli volle che alla presenza e nelle mani del medesimo Sacerdote, ratificata di nuovo la data fede, effettualmente si disposassero. Fece però loro giurare sul libro de gli Evangelî che alla consumazione del matrimonio contratto non sarian pervenuti sin tanto che, giunti a Genova, non avessero ottenuto da Roma la dispensazione della loro Affinità. Poscia con solenne Testamento, dopo varî ed opulenti legati, veraci interpreti della sua splendidezza verso i Domestici e della sua pietà verso Dio, dichiarò l'unica Figliuola e 'l novo Genero eredi egualmente di tutti i suoi Beni, dovunque fossero, e Teodosio esecutore dell'ultima sua Volontà e generale Amministratore de' Beni istessi. Hor mentre tutti afflitti d'intorno al letto manifestavano con le lagrime il comune dolore, egli, rivolto a Teodosio, con voce languida così gli disse:
- Eccomi, oh caro, oh vero Amico, ch'io sto morendo. Eccomi all'ultimo de' giorni miei. Così fugge l'Humana Vita: Così svaniscono le speranze Mondane. Della nostra Amicizia, in quest'ultima separazione io non posso dar a te maggior segno che accettare l'unico tuo Figliuolo per mio, e tra lui e la mia Unigenita partire egualmente tutti i miei Beni. Tu non puoi darlo maggior a me che accettare l'unica mia Figliuola per tua, e protegere questa Pupilla, ch'è la pupilla de gli occhi miei. Deh, se troppo io non bramo, fuggi da questo Cielo; conduci cotesti miei Figliuoli alla mia Patria. Colà nel metterli al possesso d'ogni mia Facoltà supplisca la tua prudenza ove manca la mia lingua, ch'io più non posso. Indi voltatosi a i Figliuoli lagrimosi, con mano tremante e con intrepido cuore li benedisse; e poi, raccomandata strettamente alla Nutrice la sua Diletta e dato congedo a tutti, rimase solo col Sacerdote tutte quell'hore ch'a lui rimaser di vita, che furon poche.
- Teodosio, dopo haver sodisfatto a gli estremi ufficî ver' l'Amico defunto con l'abbondanza delle lagrime, e, per quanto in quel Regno da' Catolici occultamente può farsi, con l'onore de' funerali e con la pietà de' suffragî, applicò l'animo alla partenza, bramoso di eseguire l'ultime di lui preghiere e risoluto di vivere gli anni rimanenti della sua Vita, unitamente co' i Figliuoli, sotto la clemenza dell'Italico Cielo, non ingombrato dalle tenebre dell'Eresia. La lettera del Conte Edemondo, che, insieme con la copia della Risposta, fu ritrovata nello Scrigno più segreto di Sinibaldo, aggiunse stimoli al pensiero e sollecitò l'esecuzione. Considerò quanti mali potessero avvenire o da i rigori del Fisco contra l'Eredità, o da gli amori del Conte Edemondo ver' la Zitella, o da gli sdegni di lui per la ripulsa, o da altro accidente sinistro in tanta agitazione di cose. Vide anche quanto importasse il trovarsi presto in Italia a ristringere tante e sì varie Facoltà ch'avea Sinibaldo colà in varie Parti poco prima sì copiosamente rimesse. E perché Alonso, afflittissimo anch'egli del funesto accidente, ratificando a lui le amorevoli offerte già fatte dianzi al defunto comune Amico, pronto si dimostrò ad essergli nel viaggio ed in ogni fortuna sempre compagno e servo, non volle egli perdere occasione sì commoda in disastro sì fiero. Onde, fatte caricare in un subito, sotto nome di Alonso, quanto mai poté delle Sostanze mobili più pregiate e più ricche d'ambe le Case, appoggiò la cura de i rimanenti affari, non meno di Sinibaldo che suoi, a suo fratello Olderico, che pur in Londra, ricco di virtù, di beni e di un Figliuolo unico, Edoardo di nome, la stessa Religione Catolica e il medesimo fraterno amore con esso lui inviolabile manteneva. A questi diede tutte quelle avvertenze, quelle instruzioni, que' ricapiti e quegli ordini che l'importanza del fatto e la scarsezza del tempo potean concedere. Indi tralasciando, per andar più segreto, d'imbarcarsi con Alonso sovra il Tamigi, inviossi separatamente a Dovre per via di Terra, ch'è la più breve. Condusse seco, co' i due Sposi, la Nutrice Violante, e fra i servi e domestici i più fedeli; e tutti unitamente con Alonso imbarcatisi, fecero senza dimora in un subito toglier le ancore al Porto, e dar le vele al vento.
Fine del Primo Libro.
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